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Lo zen e l'arte della corsa


E' qualcosa che nasce da dentro. che ti esplode dentro. Come la felicità o il dolore. Improvvisamente ti sale dallo stomaco, dal profondo e sfocia in riso o lacrime. Incontrollate. Perdi coscienza, controllo. Torni un animale, un "oggetto" debole.

"Stupido e gretto è colui che pensa che la corsa sia solo un atto fisico, dello spostamento delle masse. Il correre è arte della meditazione, della conoscenza di se e dell'esplorazione dell'animo umano; (…) di rottura della dicotomia fra essere umano e natura.

Come si può essere così volgari da ridurre tutto questo ad esercizio ginnico?"

( L.V. 1956 )

Sono seduto, quasi raggomitolato, stremato. Con gocce di sudore che scorrono giuù dal viso e mi abbandonano verso terra tuffandosi dalle punte arrossate. Sono completamente senza forze. Il corpo è abbandonato a se stesso e se non avesse una vaga stuttura ossea e cartilaginosa a dargli volume sarei disteso completamente per terra. Lo stomaco é sottosopra e l'acido della reazione si mescola al sapore ferroso del sangue. Bruciano gli occhi e sento il battito del cuore all'altezza delle tempie. Ma sorrido. Anzi rido e sono felice come un bambino il giorno di Natale. Quando ero uscito di casa tutto sembrava essere contrario. C'era una leggera pioggerellina ma il cielo sembrava promettere solo disastri. Nella mia zona il solito traffico, i soliti studenti che cazzeggiano beatamente fra aperitivi e chiacchiere inutili e che mi degnano appena di uno sguardo al mio passaggio. I primi dieci minuti non sono granchè. Le gambe legnose, il fiato corto. Strana espressione "il fiato corto". Tecnicamente non significa nulla se non sottolineare che fai molta fatica. Come quando si dice "rompere il fiato". Il fiato non si rompe e neppure è lungo o corto. Serve solo a dire che fai fatica in maniera colorita. Io il fiato l'ho corto e non rotto allora se questo serve a dire che faccio fatica. Sembro uno che abbia appena smesso di fumare dopo 10 anni a due pacchetti di camel senza filtro al giorno. Sputo e sibilo. Sì no respiro ma sibilo. Un fischio alto sia in entrata che in uscita. Anche il rumore dei miei passi di corsa non è proprio ovattato. Piuttosto uno zoccolare o ciabattare asimmetrico. Meglio fermarsi a fare streching. Tengo il piede su una radice e intanto stendo il muscolo del polpaccio. Ho troppi pensieri, troppe preoccupazioni per la testa per essere disteso nella corsa. Il mio corpo protesta. Cambio posizione. Mi vengono in mente le parole di un amico. Diceva che un metodo per svuotare la mente è quello di immaginarsi una stanza piena di gente con tante porte. Ogni persona rappresenta un problema, una preocupazione. Tu devi immaginarti di prenderlo a braccetto e accompagnarlo da una porta. Lo saluti e lo fai uscire. Poi chiudi la porta e vai avanti con tutti gli altri fino ad avere la stanza vuota. Riprendo a correre. Quasi un passo veloce più che una corsa. Penso al primo problema. Lo cerco fra le altre persone. Lo tratto quasi male e più che accompagnarlo alla porta lo sbatto proprio fuori. Mi giro e nella stanza ci saranno ancora dieci persone almeno. Mentre corro saluto qualcuno che non riconosco. Però ho quasi la sensazione di sentire le spalle più sciolte. Ho anche accelerato un poco. Cerco fra la gente il secondo problema in ordine di preoccupazione. Me lo immagino quasi si nasconda fra le altre persone. Lo prendo e mentre lo accompagno alla porta gli parlo come si fa con i bambini quando li si sgrida. Porta. Chiavi. Mi giro. Adesso le persone della sala sembrano avere più paura. Sembrano fare finta di niente. Chi prendo adesso? E' scomparso il ciabattare/zoccolare di prima. E vado avanti così. Ogni persona che accompagno fuori dalla stanza mi scompare un piccolo dolore e il mio cuore si alleggerisce. Mi giro dopo avere chiuso l'ultima porta e mi dico: ora tocca solo a te. S'è alzato il vento e gli alberi hanno fronde rumorose. L'erba si piega mostrando un lato bianco quasi un esercito invisibile ci camminasse sopra. Il tuono è fragorosa ora a destra , ora alla mia sinistra. Ho anima e cuore sgombri. Sono solo io, un essere umano, un oggetto debole ma vivo. Mi accorgo che qualcosa è cambiato da come evito sassi e ostacoli. Nonostante stia andando già ai miei limiti i passi sembrano di danza, non sono mai scomposti forzati. E' come se vedessi il percorso in mezzo a tutti quegli ostacoli senza problemi. Non supero gli ostacoli, li attraverso. Sono parte di quello che ho attorno. E' scomparso il sibilo e in realtà neppure mi accorgo di respirare. Ogni singolo passo non tocca terra ma si limita a sfiorarla, a mantenermi in quota, senza violenza. Ora il vento si è fatto silenzioso. E' un attimo solo prima della pioggia che arriva con un rumore sordo quasi violento. Mi sembra di attraversarla. Neppure lei mi rallenta, non mi impaccia. Socchiudo solo poco gli occhi per la pioggia  e prendo a sorridere da dentro. La dolcezza e l'armonia ora lasciano il posto a un po' più di violenza. Quasi come quando durante il sesso il ritmo cresce fino all'orgasmo. Devo concentrami un poco ora. Non è più una danza ma un atto di forza. Solo che non c'è fatica. E' una progressione che conosco e che potrà durare solo pochi altri minuti. Per un centinaio di metri devo correre di fianco alla strada. Ed è lì uscendo dal guscio della natura in cui ero che ancora più mi risulta evidente il mio stato di grazia. Correndo di fianco a quelle auto, a quelle persone con l'ombrello mi rendo conto che sono in uno stato diverso lontano da loro. Mi ributto nella natura come fra le braccia di una amante. Devo solo pilotare me stesso fino all'orgasmo. Crescendo ritmo e velocità, con dolcezza, secondo quanto mi verrà suggerito dalla natura attorno. Mentre corro in questo stato senza pensieri e senza dolore, senza preoccupazioni e problemi mi ricordo un sogno ricorrente ceh facevo tanto tempo fa. Ero seduto su una spiaggia desolata e solitaria. Poi una ragazza camminando sulla battigia si avvivicinava a me ma  io non ne scorgevo  mai in viso perchè  in ombra a cuasa del controsole. E mi svegliavo sempre un attimo prima di vederla, di potermi girare . Di nuovo la vedo camminare verso di me. Ma ora non sto domendo, sto correndo. Socchiudo gli occhi per vederla. E' ancora in ombra. Sento che è arrivato l'ultimo atto. Accellero ulteriormente. Ho deciso dove e non oltre si concluderà il mio atto d'amore fra me e la natura delle cose. Duecento metri più in la. Io sto già sorridendo anzi godendo anche se sento che il mio corpo si sta sfaldando, come un jet lanciato a velocità troppo alta mentre precipita. Lei continua a camminare verso di me. Ultimi cento metri. Lei si siede accanto a me. e mi giro a guardarla. Sorrido.
 
L'ho sempre saputo che eri tu.
 
Allargo la braccia e volo per gli ultimi metri sotto la pioggia verso la mia felicità.
13/06/2006 22:13 | * | commenti (4)

Commenti
#1    13 Giugno 2006 - 23:12
 
...tutti abbiamo un fondo di masochismo...
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#2    13 Giugno 2006 - 23:52
 
Grazie, ho quasi voglia di infilarmi le scarpe da ginnastica adesso, subito. Non avrei immaginato una descrizione più fedele di questa dell'orgasmo della corsa.
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#3    18 Dicembre 2008 - 09:18
 
...è tutto vero, a volte si va anche oltre...complimenti all'autore...
utente anonimo

#4    17 Aprile 2009 - 10:47
 
...fantastico!non mi ero mai accorto mentre correvo che succedevano tutte queste cose.Mi hai trasmesso una gran voglia di descrivere la mia corsa.
utente anonimo

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