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peppino impastato

Oggi è il giorno di Peppino Impastato. Peppino Impastato, è stato ucciso a Cinisi, il 9 maggio del 1978, qualche giorno prima delle elezioni, altre elezioni, aveva solo 30 anni e si presentava nella lista di Democrazia Proletaria per portare avanti la sua lotta alla mafia. Viveva a "cento passi" da Tano. La mafia la ridicolizzava alla radio. La impoveriva. Lui.  Impastato è stato ucciso dalla mafia, la stessa di Gaetano Badalamenti (detto Tano) che tanto parlava col senatore (a vita?)  Giulio Andreotti, cosi' dice una sentenza. Tutto questo accadeva prima del 1980... nell'era  prescritta al senatore Giulio Andreotti. Oggi è il giorno di Peppino Impastato.

   
 



 

Sentenza Giulio Andreotti

«Una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi non si (è) protratta oltre la primavera del 1980. Eventuali - non compiutamente dimostrate - manifestazioni di disponibilità personale del sen. Andreotti successive a tale periodo sono state semplicemente strumentali e fittizie, comunque non assistite dalla effettiva volontà di interagire con i mafiosi anche a tutela degli interessi della organizzazione criminale: anzi, in termini oggettivi è emerso un, sempre più incisivo, impegno antimafia, condotto dall'imputato nella sede sua propria della attività politica. Deve, dunque, escludersi che sia rimasto dimostrato che il sen. Andreotti abbia, nel periodo successivo alla primavera del 1980, coltivato amichevoli relazioni con gli esponenti di Cosa Nostra, abbia palesato una sincera disponibilità nei confronti dei medesimi, abbia concretamente agito per agevolare il sodalizio criminale, abbia arrecato un contributo al rafforzamento dello stesso. (...)  Per contro, in relazione al periodo precedente la Corte ha ritenuto la sussistenza: - di amichevoli ed anche dirette relazioni del sen. Andreotti con gli esponenti di spicco della cd ala moderata di Cosa Nostra Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, propiziate dal legame del predetto con l'on. Salvo Lima ma anche con i cugini Antonino ed Ignazio Salvo, essi pure, peraltro, organicamente inseriti in Cosa Nostra; - di rapporti di scambio che dette amichevoli relazioni hanno determinato: il generico appoggio elettorale alla corrente andreottiana (...); il solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare, ricorrendo ai loro metodi, talora anche cruenti, possibili esigenze - di per sé, non sempre di contenuto illecito - dell'imputato o di amici del medesimo; la palesata disponibilità ed il manifestato buon apprezzamento del ruolo dei mafiosi da parte dell'imputato, frutto non solo di un autentico interesse personale a mantenere buone relazioni con essi, ma anche di una effettiva sottovalutazione del fenomeno mafioso, dipendente da una inadeguata comprensione - solo tardivamente intervenuta - della pericolosità di esso per le stesse istituzioni pubbliche ed i loro rappresentanti; - della travagliata, ma non per questo meno sintomatica ai fini che qui interessano, interazione dell'imputato con i mafiosi nella vicenda Mattarella, risoltasi, peraltro, nel drammatico fallimento del disegno del predetto di mettere sotto il suo autorevole controllo la azione dei suoi interlocutori ovvero, dopo la scelta sanguinaria di costoro, di tentare di recuperarne il controllo, promuovendo un definitivo, duro chiarimento, rimasto infruttuoso per l'atteggiamento arrogante assunto dal Bontate. I fatti che la Corte ha ritenuto provati dicono che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, ad ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui ed a parlargli anche di fatti gravissimi (come l'assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all'omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza. (...) Dovendo esprimere una valutazione giuridica sugli stessi fatti, la Corte ritiene che essi non possano interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indichino una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo».

Doug - 09/05/2008 09:20 | lk | commenti (1) | tabasco

Commenti
#1   09 Maggio 2008 - 19:25
 
stamattina c'era la bella puntata de "la storia siamo noi" dedicata a lui.
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