La sveglia suona. E' il suo lavoro. La spengo. Raggiungo la sala. Ho preparato tutto la sera prima. Un sistema per non impazzire nella confusione di casa mia. Sul parquet ho spalmato pantaloncini, calze, scarpe, Asics kayano Gel II, pantalone tuta, GPS, maglietta, sacchettino di plastica per congelare cibi da usarsi per il lettore mp3 in caso di pioggia, non pioverà, lettore mp3, maglietta di ricambio, asciugamano, la borsa, scarpe per il ritorno. Perchè quando finisco di correre mi cambio le scarpe, quelle per correre corrono soltanto. Mi hanno detto così tanto tempo fa e così faccio. Colazione. Barretta energetica Crunchy. Banana. Caffè. Un pastiglione COOP Vitamina C Ginseng. Macchina. Autostrada. Arrivo, parcheggio vicino al gommone dell’arrivo/partenza. Ritiro pettorale. Riscaldamento. Check fisico. Il tendine, quello che sta sopra la caviglia, all'interno della gamba, la sinistra, sta dicendo qualcosa. Il fegato protesta un caffè preso qualche minuto prima. Si parte così oggi. Al terzo chilometro ispiro profondamente col naso ed espiro dalla bocca quantità di ossigeno industriali. E' l'unico sistema che conosco per far cessare il dolore al fianco destro, infatti se ne va. Resta il tendine, a caldo urla di meno. Controllo il computer di bordo. Si sta viaggiando a tempi stratosferici. Almeno per me. Avevo programmato questa mezza maratona a 5'20" al chilometro. Invece stiamo davvero correndo. Primo chilometro a 5'12". Secondo a 4'58". Terzo a 4'41". Seguo la scia, è rapida, un fiume in piena umano. Eccoli i Podisti della domenica mattina. Il settimo chilometro lo chiudo a 4'47", faccio un check, tutto a posto. Sto girando sotto i cinque per mille. 12,5 km/h. L'ottavo chilometro è ancora più veloce. 4'35", 13km/h. La musica del lettore mp3 la sento, nel senso che ho una cuffia in testa, in realtà mi entra ed esce come acqua che bevi e pisci dopo tre secondi. All'ottavo chilometro il corteo di podisti è ben spalmato, si formano i primi gruppi, individuo le mie lepri. Marito e moglie, almeno credo, sopra i 50 anni, girano a 4'50". Lei è bella magra, fascia in testa, ha una corsa davvero elegante, come il volto. Il marito è più scordinato ma corre. Mi trascinano per quasi sei chilometri. Salite lente ma bastarde, discese. Corro. Mi ero ripromesso di andare piano per godermi e osservare questa cittadina lombarda che conosco poco. Col cazzo. Escludendo qualche particolare, l'acciottolato, un volto all'angolo, un bar, un tizio che beve il caffé, non ricordo niente. Ipnosi. Trans-agonistica. Ma il percorso è bello. Lo sento, non lo vedo, ma lo sento. Non ci sono auto che suonano. Oltre la musica, oltre le cuffie, c'è silenzio, il silenzio di una città di provincia che si sveglia la domenica mattina. Il campanile. L'autunno che bussa. Dei pazzi che corrono. Arrivo al gommone, l'arco, quello dell'arrivo, quello della partenza. Quello che si cerca quando con la macchina si entra nel centro. Quello che quando poi lo vedi hai già mezzo orgasmo. Quel gommone è la mecca. Arrivo. Passo sotto il gommone. Il display segna il tempo, in alto. Guardo il mio GPS e lo fermo. Sono arrivato. Il tendine stride. Raggiungo il punto di ristoro. Caffé, pane e marmellata, acqua, panini con la mortadella. Bevo. Ritiro un pacco gara che quelli della maratona di Milano devo inginocchiarsi dalla vergogna. I volti. Osservo. Eccoli i podisti. Ognuno con la propria sfida. Ognuno a controllare acciacchi, a raccontare la propria corsa. I sorrisi, eccoli, quelli belli, quelli della fatica. Tocco il ginocchio. Ringrazio. Record personale sulla mezza maratona. Fanculo. In macchina mi accendo un mezzo toscano antico per festeggiare.
Passa una settimana. Domenica successiva, oggi, mezza maratona, again. Altra provincia lombarda. Ormai sono in tour. Ho la morte dell'ora legale alle spalle. Arrivo, cerco il gommone, lo trovo, è davvero in centro. Piazza Matteotti. A Bergamo è impossibile parcheggiare vicino alla partenza. Ma non è un problema. Nel raggio di tre chilometri ci sto dentro, saranno tre chilometri da srotolare per il riscaldamento. Al ritiro del pettorale e del chip c'è malumore. Sono finite le spille per attaccare il pettorale alla maglietta. I podisti brontolano. Gli organizzatori stanno facendo una figura di merda per delle spille. Un problema, in effetti. Dopo qualche minuto sbuca dal nulla una nonnina con la maglietta fidal, non è dell’organizzazione, ha in mano una busta di spille. I podisti tornano a sorridere. Il percorso è più duro. Falsi piani, davvero falsi, molto falsi. Bastardi. Non si arriva a Bergamo Alta, ma questi falsi piani sono fetenti, lunghi. Fatica. Caldo. Siamo partiti alle dieci, quindi erano le undici. A metà percorso un termometro segnava 26 gradi. Sti cazzi. Ma la bellezza di questa half è altrove. Al terzo chilometro mi aggancio ad una podista. Giriamo a cinque per mille puri. Corriamo affiancati, spalla contro spalla fino al 14 chilometro. Religioso silenzio. Siamo due metronomi perfettamente sincronizzati. In verità con la mente ci trasciniamo a vicenda. Ci diamo il cambio con complicità. Ci alterniamo. Quando cedo mi tira lei e viceversa. Al quattordicesimo chilometro lei rallenta, non di molto, ma perde il passo. Io mi giro. La guardo. basta Uno sguardo. E’ intesa. Vai. Mi dice vai. Io tengo il passo. E lei si distacca. Ogni tanto mi giro per controllare la mia podista, è dietro, la vedo. Io vado. Al diciassettesimo, sull’altro lato, incrocio lo sguardo di
settore. E’ avanti 800 metri. E’ saltellante e giulivo. Ridiamo felici e mi grida qualcosa. Credo “evviva il podismo evviva la figa” oppure "Evviva il podismo in quanto figa", quell'uomo è così. Al diciottesimo chilometro mi fermo per bere, è la prima sosta, ho sempre bevuto correndo fino a quel momento. Cammino. Forse è una crisi. Sono stanco. Sto camminando. Sono lì che cammino quando mi sento toccare il braccio. Un tocco che è una spinta. Un tocco che vuol dire tutto. E' lei, la mia podista preferita. Mi riaccendo come un bambolotto a cui sono state cambiate le batterie. Riprendo a correre e la seguo. E con lei chiudo gli ultimi tre chilometri. All'arrivo la perdo tra la folla. Oh, dove sei podista mia? Vado al ristoro a mangiare, bere. Cammino. Eccola. La vedo. Mi avvicino, lei sorride. Non faccio neanche in tempo a dirle grazie che lei corre verso di me e mi abbraccia saltellando. E' un bel abbraccio. Di quelli giusti. Ci baciamo, non sulla bocca. "Come è andata?" Mi chiede. Bene, rispondo. "E tu?" "Bene, si bene" Sorride è felice. "…volevo ringraziarti" " Grazie a te". Ci diamo un cinque...con le mani...per un attimo penso alla coincidenza, cinque con le mani, cinque i minuti al chilometro, è la nostra velocità podista mia. Grazie.