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live

L’altra sera sono andato al concerto di Carver, a Lampugnano. Milano. 50.000 persone (per la questura 20.000) in silenzio, leggono racconti, insieme. Una grande emozione. Soldi ben spesi. Il suono delle pagine. Il suono della carta. Le storie. Le parole. Il silenzio. Otto racconti, due bis. Tutto rigorosamente live. Bellissimo. All'uscita wurstel e crauti, ovviamente.
Doug - 31/08/2006 23:20 | lk | commenti (3) | bossanova

Lacus Excellentiae

Per fare un bel esperimento, domenica tre settembre alle sette e quarantuno ora italiana, l’essere umano scaglierà contro la luna, alla velocità di settemiladuecento chilometri orari, una sonda. Questa sonda colpirà la superficie lunare, per la precisione Lacus Excellentiae, "Lago dell'Eccellenza", nella parte centro meridionale della faccia visibile del nostro satellite. In pratica se avete un telescopio potete osservare il grande botto. Ora, per un attimo, solo per un attimo, ipotizziamo l’esistenza di altre forme di vita nello spazio. E’ domenica mattina. Sono anche loro, gli amici extraterrestri, lì, appena risvegliati che è domenica e non si lavora, sono sul terrazzo che prendono un caffè e osservano lo spazio, dalla cucina la radio accesa suona una canzone di un gruppo di saturno… sono rilassati, tranquilli, sereni e Boom. Vedono noi che tiriamo una smart ad alta velocità contro la luna. Ecco, che pena, perché anche nell’universo dobbiamo sempre fare la figura dei deficienti rissosi? Minchia che tamarri, direbbe il tipo alla tipa col caffè in mano. E se qualche extraterrestre aveva per caso, dico per caso, già acceso un mutuo per costruirsi una villetta a schiera su Lacus Excellentiae? Seconda casa, ovviamente. Ecco, siamo i soliti cafoni interplanetari.
Doug - 30/08/2006 22:28 | lk | commenti (11) | lounge, bossanova

Promo

Ciao, sono Kofi Annan, anch'io tutti i giorni leggo questo blog. Ciao
Doug - 30/08/2006 16:46 | lk | commenti (3) | lounge

ti penso e mi masturbo

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Received: by 10.65.153.13 with HTTP;
Tue, 24 Feb 2028 06:20:30 -0700 (PDT)
Date: Tue, 24 Feb 2028 06:21:30 +0200
From: "Edoardo Grimaldi"
 
Ciao. Come va? Sono stanco, tra due mesi finisco il turno e torno a casa. Mi manchi. Mi mancano i bambini. Avrai letto, ma ti assicuro non è stato facile capire. I giornali la fanno sempre troppo facile, come al solito. I primi sintomi; nausea, vertigini, vomito, la formazione sulla pelle di macule, vescicole e papule, tachicardia, rossore in volto e in alcuni casi diarrea, depistavano. Questi sintomi ci inducevano a pensare ad altro. Conoscevano al momento almeno ventidue sottotipi di virus influenzali che infettavano gli esseri umani. Conoscevamo molto bene anche i sintomi di epidemie di influenza altamente patogenica causate da virus di tipo A o dai sottotipi H5 e H123. Ma niente, niente riconduceva a quei sintomi. Sono stati giorni convulsi, ti avrei voluto vicino. Comunicare con te era ed è quasi impossibile. Non abbiamo ovviamente trascurato neanche i virus del sottotipo H9 solitamente a bassa patogenicità. Niente. Sono impazzito per cercar di capire la causa, l'elemento che portava quegli esseri umani dell'area 43 alla nausea improvvisa, a quel vomito, in quelle modalità. Dalle altre aree arrivavano notizie analoghe. L'epidemia, stando ai dati che provenivano dal centro, andava ad espandersi a macchia di leopardo in modo esponenziale. Abbiamo temuto una pandemia. Un mese fa avevamo registrato ben 42 milioni di casi. Con tutti gli altri centri eravamo d'accordo su una cosa, il corpo umano aveva smesso di tollerare "qualcosa". Il nostro compito era comune; bisognava trovare quel "qualcosa". Abbiamo cercato negli alimenti, nell'aria, ovunque. La gente stava male, e ormai le speranze di trovare una soluzione si stavano riducendo. Iniziava a mancare la fiducia e ormai si temeva il peggio. La scoperta del perchè, come sempre accade in questi casi, è avvenuta in modo del tutto casuale. Bisogna ringraziare Franco, te lo ricordi? L'avevi conosciuto un anno fa al Dinner Party dell'ospedale. Stava parlando con suo suocero, erano in mezzo alla strada, e in quel preciso momento suo suocero ha avuto un attacco di vomito. A quel punto Franco è stato abile, si è guardato in giro e ha notato un autobus che si allontanava. Una fortuna. L'attacco di nausea è rientrato e i due hanno ripreso a parlare. Dopo circa dieci minuti ripassa un secondo autobus e il suocero ricade in un'altra crisi di nausea. L'abilità di Franco è stata quella di aver individuato un collegamento tra il malore e il passaggio dell'autobus. All'inizio questo ci ha un po’ depistato, ci ha fatto perdere del tempo. Inizialmente ci siamo concentrati su gas di scarico e tossicità di vernici e altro. Niente. Eravamo fuori strada. Il resto dovresti saperlo. L'intervista che avrai letto, quella che ho rilasciato due settimane fa, spiega abbastanza bene. Non ti so spiegare come ci sono arrivato, ma ci sono arrivato. La foto di quel calciatore, sul lato dell'autobus che pubblicizza qualcosa, sorridente, ecco è stato un attimo, una buona intuizione. Hai presente quando di solito cerchi qualcosa nella confusione, tipo le chiavi, hai fretta, e ti passano davanti agli occhi mille volte, ma solo ad un certo punto le metti a fuoco, le isoli, le vedi? Ecco, è accaduta una cosa simile. Il rapporto di ieri parla chiaro. L'umanità è satura di calcio, non lo tollera più. Ricerche più accurate hanno tracciato la progressione dell'epedimia. Inizialmente si è trattato di un disturbo psicologico successivamente si è consolidato a livello molecolare bloccando nei momenti di crisi il processo proteico ATP. Della serie se la mente non ha protestato è stato il corpo a reagire. Dopo gli scandali di vent'anni fa, ho letto qualcosa in questi giorni, c'è stata una rimozione del problema e questo ha creato negli anni successivi problemi nella sfera affettiva e poi il resto. Ora siamo a buon punto. Abbiamo isolato in questa provincia 18 milioni di persone considerate portatori sani. Quelli che non hanno registrato sintomi e sofferenza alla saturazione. La provincia è recintata, all'interno della provincia osserviamo lo svolgersi di questo sport e di tutte le attività comunicative collegate. Dentro c'è di tutto; tifosi, giocatori, manager, commentatori, arbitri, veline, campionati, eccetera. Aspettiamo che si saturizzino per farli uscire. Fuori è proibita ogni attività calcistica per salvaguardare la salute della popolazione satura. L’altro giorno mi ha telefonato Franco e mi ha fatto morire dal ridere. Mi ha detto: “però potevamo arrivarci prima a capire che il calcio ci aveva sfracellato i coglioni”. Stasera sono di turno all'ingresso 234, ho vicino uno stadio, sarà ad un paio di chilometri dalla recinzione, in questo momento stanno cantando qualcosa che sembra una vecchia litania religiosa, fa "Po poo po po po Pooooo", appena smettono... ti penso e mi masturbo.
Mi manchi molto.
Ti amo.
Doug - 29/08/2006 22:23 | lk | commenti (6) | lounge, bossanova, tabasco

Arrivano i nostri

L’aver mandato soldati in Libano non mi provoca quella boria che sembra aver colpito certe aeree della sinistra e centro sinistra. Sono contento che questa decisione abbia placato (temporaneamente) il testosterone israeliano, certo, ma questa non è la soluzione migliore. Le armi, i soldati, le regole d’ingaggio, eccetera, non sono mai la miglior soluzione. Spesso è la soluzione disperata. L’Ultima. Sentire poi parole di prudenza e distacco all’utilizzo della forza militare persino dalle bocche di Schifani and C. mi provoca un certo fastidio all’intestino. Bocche, bavose, che per l’Iraq dicevano altre cose. So perfettamente quanto possa essere difficile trovare altre soluzioni, migliori. E’ durissima, lo so. Ciò nonostante non riesco a trastullarmi con la soluzione militare. Israele è Israele. Non dimentichiamocelo. Un animale ferito, rabbioso, strano, imprevedibile. Un fallimento dell’intervento Onu (militare) finirebbe per legittimare un’azione militare israeliana sull’area ancora più cruenta e determinata con esiti che preferisco non pensare. In questo giorni, malignamente, mi gira per la testa un pensiero bastardo. E se fosse proprio questo quello che vuole Israele? Forse è un fallimento quello che si aspetta. Insomma, tutta questa disponibilità israeliana di far controllare i propri confini, cosa che non credo sia mai capitata, alla fine potrebbe essere solo una “bella trappola”. Vai a capire quali altri obbiettivi potrebbe nascondere questa disponibilità. Palestina? Gli estremismi islamici o altro potrebbero, e Israele lo sa, mettere facilmente in crisi l’operazione militare e quindi permettere ad Israele di fare il gioco ancor più duro. A quel punto Israele avrebbe un alibi ed una legittimità internazionale fortissima. Proprio quello che mancava al primo tempo di questa guerra. Gli interventi militari, anche se finalizzati a buone cause, vedi ONU, portano sempre l’umanità e gli Stati a livelli bassi e dimensioni difficili poi da recuperare con la mediazione, la politica e la diplomazia. Ecco perché sull’intervento Onu da queste parti cala il ronzio del dubbio; con le armi c’è sempre rischio di farsi molto male. E ovviamente non mi riferisco solo alla salute dei soldati italiani. Ultima riflessione. Viviamo in una società che si dice capitalistica, basata su economia e Marcato. Perché non abbiamo minacciato entrambi i paesi con un blocco totale di prodotti e servizi da quelle aeree? Perché non si utilizza e si mette al centro il Mercato anche per questi scopi? Avete presente quali pressioni interne avrebbe innescato un blocco commerciale di questa portata? Ma no, sono un pacifista romantico e miope, con un pessimo senso della realtà, capace solo di protestare illogicamente quando gli eserciti si mettono in moto, come posso permettermi di parlar di Mercato?
Doug - 28/08/2006 22:34 | lk | commenti (14) | tabasco

Wettgaeler

Il lunedì, per sua natura, è un giorno fastidioso. La sua antipatia è consolidata, tanto che anche in ferie, quando è lunedì, si è in uno stato d'animo strano. Tipo quando si è seduti in una posizione scomoda, ma siamo talmente concentrati su qualcosa che non decidiamo di cambiare posizione pur provando fastidio. Il Prof. Wettgaeler, sull'argomento, ha scritto un saggio multimediale UMTS con accesso a banda larga che vi consiglio. S'intitola "Morirò di domenica sera per risparmiarmi un lunedì".
Doug - 28/08/2006 09:55 | lk | commenti (3) | lounge, bossanova

morti

Ho la vaga e indeterminata impressione, leggendo di qui e di là, che i media nazionali riversino sulla quindicina di morti giornalieri iracheni la stessa attenzione che riversano su Gigi Sabani. A proposito, ma Gigi Sabani è ancora vivo?
Doug - 25/08/2006 17:02 | lk | commenti (3) | lounge, tabasco

messaggio a reti unificate

صوتت الحكومة اللبنانية أمس على قرار بطلب مساعدة تقنية للجيش لتسهيل مراقبة الحدود مع سوريا. وينهي هذا القرار أزمة المطالبة بنشر مراقبين دوليين
هناكوهو ما رفضته دمشق. من جهة أخرى أقدم
 
Traduzione. "Amici" Hezbollah, a Rimini (pochi chilometri a nord-ovest), al meeting di CL,  c'è il nano di twin peaks che fa pessime, le solite, battute sui suoi capelli finti. Una banda di foruncolosi bastardi applaude, ridono tutti come dei pirla. Mi danno fastidio, e mi fanno pena. Invece di rompere i coglioni sempre agli ebrei (che noia, non siete stufi?) non  vorreste lanciarvi in un diversivo simpatico? Avreste un Katyusha che arriva fino a Rimini?  Grazie mille
Doug - 25/08/2006 15:42 | lk | commenti (9) | lounge, tabasco

Retrocessioni

Volevo avvisarvi che anche Plutone ha deciso di fare ricorso al TAR.
Doug - 24/08/2006 20:33 | lk | commenti (6) | lounge, bossanova, tabasco

hard

Ho acquistato un hard disk esterno USB 2.0 da 250 Gb a 60 €. Non mi serve a niente, l'ho preso solo perchè costava 60€,  avete presente? Ora mi sento un po' come se avessi scopato un cesso solo perchè voleva darmela a tutti i costi. Che schifo.
Doug - 23/08/2006 21:22 | lk | commenti (10) | lounge, bossanova, tabasco

Situazioni

Ci sono situazioni che hanno la potenza d'infondere felicità; un bel tramonto, il sesso, il mare, un sorriso, la guarigione da una brutta malattia, l'assenza di Fassino.
Doug - 23/08/2006 12:28 | lk | commenti | bossanova, tabasco

Meeting

Al Meeting di Rimini, quello di Comunione e Liberazione, stasera si terrà una conferenza intitolata: Destra o Sinistra? - La Masturbazione dopo il Polacco.
Doug - 22/08/2006 15:45 | lk | commenti (6) | lounge, tabasco

Rai, di tutto, di più

Ogni giorno i telegiornali ci mostrano immagini di Lampedusa. Ad inviarle ci pensano troupe televisive e giornalisti. Vedere Pino Scaccia, a Lampedusa, che riesce a piazzarsi tra la sua telecamera e la barca dei finanzieri pur di farsi inquadrare in un suo servizio è riprovevole. Sono pochi frame, ma bastano. So perfettamente come funziona il montaggio di quei servizi. Lo so. Dai metti questa. (che mi si vede almeno un po’) Quei tre frame sono un eccesso di narcisismo, stonato, inutile, fastidioso, in quel contesto. E’ ipocrita mostrarci immagini fresche tutti i giorni di disperati che sbarcano o muoiono. Lo sappiamo. Diteci quanti sono, e quanti sono crepati, in voce. Andate a cercare con le vostre telecamere gli scafisti. Andate a chiedere e inquadrate il volto dei politici. Che senso ha riproporci ogni giorno la crudele ostentazione dell’obbiettivo sugli sguardi dei migranti? Impacchettati come prosciutti. Non ha senso. Forse una ragione più funzionale c’è. E’ pagare (noi) una vacanza a Pino Scaccia a Lampedusa. Abbiamo bisogno di mandare Pino Scaccia a Lampedusa per avere l’elenco dei morti e dei vivi? No. Però, tra uno sbarco e l’altro il nostro Pino Scaccia potrebbe usufruire dell’Isola dei Conigli. Un bagno in acque stupende offerto dai disperati che ha ripreso poco prima. Vuoi mettere?
Doug - 22/08/2006 10:21 | lk | commenti (5) | tabasco

Giganti

E' salito a settanta il numero di persone colpite dalla meningite a Pechino dopo aver mangiato le lumache giganti. Perbacco. Questa notizia devasterà il mercato delle lumache giganti in Italia.
Doug - 22/08/2006 09:11 | lk | commenti | lounge, bossanova

Brondi

Il mio cordless ha dei problemi. L'ho acquistato quattro mesi fa. Riceve ed effettua chiamate, ma ha il display sputtanato. E' sicuramente in garanzia, ma non so più dove l'ho messa. E' sorprendente come l'esistenza di un occidentale sia piena zeppa di fastidi simili.
Doug - 21/08/2006 21:04 | lk | commenti (3) | bossanova

vaccation

Sottotitolo, quasi una prefazione. Leggere di vacanze e viaggi è una delle attività più pallose che esistano sulla terra. Giocare una partita a bridge con Buttiglione può risultare meno ostile di vacanze raccontate, lette, e osservate in diapositive che non finiscono mai. Non è sempre così. Lo so. Può anche essere un'attività interessante, dipende da numerose variabili; ora non ho il ghiribizzo di analizzarle. Quindi dico solamente che la possibilità di rompersi le palle è comunque alta. A proposito, la fotografia digitale e la pubblicazione sul web di scatti vacanzieri ha ridotto drasticamente gli inviti a casa per serate davanti al proiettore di diapositive con relativa sfracellazione di coglioni. Ci sarebbe da brindare e drogarsi dalla felicità per questo. Uno studio dell’Universita di Princetown ha rilevato, tanto per dire, che ci sono stati casi di persone che dopo aver letto un racconto di un viaggio, ne basta uno, si sono dati all’eroina. Così, tanto per dire. La vacanza, diciamola tutta per bene, fa cagare persino nella sua fonetica uditiva. Vacanza. Vacanza. Vacanza. Provate a ripeterlo ad alta voce. Vacanza. Vacanza. Vacanza. Quella zeta in penultima fila è davvero antipatica, indispone. Ostile, direi. E poi tutto il resto. Sono in vacanza. Dove sei stato in vacanza? Ah, ma che bel viaggio! Abbiamo tre settimane di vacanza. Se potessi, dopo questa sequenza, vi offrirei un sacchetto per vomitare, come in aereo. A proposito, quest’anno non ne ho visti, risparmiano anche sui sacchetti per vomitare. Voli low cost, dicono. La vacanza è la prova empirica della nostra schiavitù occidentale. Ma questo pensiero si ferma qui, è meglio non svilupparlo, giusto per non deprimermi ulteriormente. Del “viaggiare” e  i suoi derivati culturali non ne parliamo. Ci sono quelli che visitano i siti d’arte, quelli veri, non quelli web. S’informano, fotografano. sono persone che in vacanza devono scoprire e imparare. Persone per bene. Bulimici e bulimiche di cultura e nuovi orizzonti. La diarrea. Ecco la parola che associo istintivamente dopo aver detto tutte queste porcherie. Diarrea.  Ecco come la penso. Forse ho solo i coglioni girati perché son finite le mie vacanze. Forse no, questa è la dura realtà inutile rimuoverla. Non lo so. E non m’importa più di tanto. Quello che seguirà è un viaggio, i miei appunti. Un post lungo da morire. Credo sia il più lungo che abbia mai scritto finora. E per questo mi merito l’inferno; una settimana in qualche villaggio vacanze Valtur con animatore simpatico come la merda che ti chiede di salire sul palco a cantar Battisti. Di fianco, me la vedo, la famiglia dell’imprenditore bergamasco che applaude per incoraggiarti. Quando scenderò dal palco  m’inviterà all’escursione del giorno dopo in barca dove lui, l’imprenditore, mi confiderà i problemi che ha come imprenditore. Avete presente? Due palle galattiche. Questi che seguono sono fottuti appunti di viaggio. Porcherie mentali personali. Ho risparmiato una moleskine per rispettare alberi e carta e anche perché mi vien più comodo digitare su di una tastiera e trasferire qui. Sono file (fail) di testo battuto su un fottutissimo Nokia Communicator. Sono schegge di vita implose. Divertimento personale. Patologia, perché scrivere è parzialmente patologico. Tutto qui. Ecco, questo è il mio personale disclaimer prima che iniziate a leggere tutto il resto. In questo momento non riesco a tradurre disclaimer, il che è davvero grave. Questa è la mia avvertenza ministeriale, quella in coda alle pubblicità dei farmaci, accelerata per risparmiare tempo e non far capire un cazzo. Io vi ho avvisato. Prima. Lentamente. Sono più onesto. Mi faccio quasi schifo. Ah, disclaimer in italiano è avvertenza. Che pirla.

 

Sottotitolo, prima della partenza. Sono sveglio dalle 04 am. E' agosto, è un lunedì. In questo istante sono le 06.25, sempre AM. Sono fatto così, il giorno prima di partire ragiono in a AM/PM. L'aereo partirà alle 10.00 PM. Ho aperto il Nokia. Ho aperto un nuovo documento di testo. Non dirò mai, neanche sotto tortura, come l'ho chiamato. Scrivo. Inizio. Ho iniziato. La valigia è pronta, quasi pronta, è lì di fianco, la guardo. La osservo. E’ quella di sempre. Un borsone nero morbido col fondo rigido e le ruote consumate. E’ nera. Mi piace. Saranno dieci anni che mi accompagna. Elenco mentalmente le cose messe e le cose non messe. Tra le cose non messe, quando arrivo ad elencare lavastoviglie e pentole, decido per sopravvivenza di stabilire un confine tra le cose che potrei portare e le cose che non porterò, giusto per evitare di elencare mentalmente tutte lo scibile universale. Che poi è la causa primaria di quell’ansia del aver dimenticato qualcosa che mi assale subito dopo il decollo. Le undici camicie le metterò alla fine così mi restano piegate per bene. Dovrò incastrare ai lati le scarpe per correre e altri accessori, diciamo vari. Sono indeciso se portare il Gps per la corsa. No, non lo porto, ho deciso ora. Tra poco vado in ufficio. Rientrerò a casa nel primo pomeriggio, finirò le ultime cose e andrò in aeroporto. Mi maledico per aver detto che sarei passato per fare mezza giornata. Se me ne stavo zitto,  ora sarei immerso in un lunedì tutto diverso. Un lunedì di quelli che poi si dormicchia e cazzeggia avvolti in quell'insalata emozionale di chi ha una valigia fatta e un biglietto aereo in mano. Mi maledico, seduto sulla sedia a dondolo comprata in costa rica con un sigaro acceso in mano. Potrei leggere qualche pagina del libro, ne ho voglia, ma evito, potrebbe aggredirmi quella sonnolenza da lettura, e considerato l’ora, non posso permettermelo. Forse mi alzerò, forse accenderò la radio. Non so, forse mi farò un caffè, mangerò qualche fetta biscottata ai cereali, quelle buone. Che poi uno specifica “che sono buone” solo per far mente locale sul quel particolare modello specifico, su quella marca di fette biscottate. Un metodo per isolarle dalle altre meno buone. Non è che si dice “buone” così tanto per dire… che se lo dici tanto per dire è anche retoricamente scontato, sbagliato. Ecco. Spalmerò marmellata di fragole; devo ancora stabilire se farla entrare nella categoria “di quella buona”. Non so. Mi si è aperto lo stomaco a far questi pensieri. Fuori, me ne accorgo solo ora, sta schiarendo. Non sarà una giornata afosa, la finestra è aperta, lo sento. Ma ci sarà tanto sole. E' un lunedì strano. E’ agosto. Io sto per partire e non ho ancora capito come sono messo, che cosa provo.

 

Sottotitolo, altre radiografie. L’Aeroporto e tutti i suoi din don seguiti d’annuncio sono il primo segnale che sono in ferie, in vacanza. Qualche decennio fa avevo anche desiderato di fare lo speaker in aeroporto. “Din don, i passeggeri in partenza per new york sono attesi al gateway 28, mi raccomando a New York andate a ballare al Body and Soul e lasciatevi trasportare dalla città, sarà lei a dirvi dove andare e cosa fare. V’invidio. Din Don”. Si, mi sarei lanciato in uno speakeraggio aeroportuale postmoderno. Sono in fila per passare sotto il metal detector e infilare il bagaglio a mano nella TAC dei bagagli. Ad una grande femmina, davanti a me, le fanno aprire tutto. Il tizio davanti al monitor, quello che sbircia nella radiografia la nostra intimità, ha fatto un cenno impercettibile al collega. Un sorrisetto. Ho capito tutto. Il gioco è semplice, quello che guarda il monitor se trova un vibratore fa cenno all’altro.  L’altro apre la valigia e si diverte. Il collega apre la valigia e infila le mani. Lei è davvero una grande femmina.

 

Sottotitolo, Fuori Orario. Sto aspettando di salire sull’aereo. Ho voglia di un panino. Ho voglia di un caffé. Devo mangiare. Quando non mangio mi assale il pessimo umore. La cassiera del bar al gate 34 è gentile. La osservo per capire la quantità di falsità. Voglio capire se le dosi sono quelle tollerate dagli standard europei Iso05644, quelli che stabiliscono i quantitativi di falsità tollerati dal nostro organismo. Non ho niente di meglio da fare, del resto. No, dopo attenta osservazione dichiaro che lei è davvero gentile. Ha un bel sorriso, quello solare che hanno spesso le persone obese, come lei. Ho tutto un ragionamento serio e complesso sulle obese e i pompini che ora però non ho tempo di fare, sarà per la prossima volta. Sono le 21.15. (è solo prima di partire che ragiono in AM e PM, poi quando parto ritorno al sistema a 24 ore) Lei è stanca morta, dovrebbe avere il broncio. No, niente di tutto questo, riesce comunque ad essere gentile e sorridente. Non solo, intraprende semplici e originali conversazioni della durata sufficiente a permetterle di contare il resto. Mi ricorda il cassiere del bar di "Fuori orario”, il film di Scorsese. Mi ricorda il cassiere ballerino del film. Quello che faceva delle veloci rotazioni di 360 gradi per mostrare le sue capacità di ballerino di danza classica nella speranza che qualche regista lo notasse. Qualcuno deve notare la simpatia, i dialoghi e la tenacia di questa cassiera. Qualcuno dovrebbe darle uno show al mattino presto su qualche tv satellitare. Il panino faceva davvero cagare. Il caffè un po’ meno. Accendo il lettore mp3 e mi siedo.

 

Sottotitolo, takeoff. Ci siamo. Arrivo al gateway, salgo sull’aereo, saluto l’hostess all’ingresso. Mi accomodo. Decollo. E’ rilassante il decollo. Volare mi rilassa. Sentire tutta quella potenza che mi porta e trascina sopra, in alto, mi fa bene. Decollo con un piccolo fastidio. Un pensiero. Rientrando dall'ufficio, nel pomeriggio, il Mio Monster Ducati ha deciso di non voler più scalare le marce. Non riesco più a rimettere la prima, neanche la  seconda. Sono riuscito a fare il tragitto in terza. Speriamo non sia niente di grave. L'idea di tornare dalle ferie e impattare subito con meccanico e preventivi mi sfracella i sentimenti. Guardo fuori. L’aereo vira verso Ovest. Ci sono le luci. Le grosse provinciali. Gli stop delle auto in colonna ai semafori. Mi addormento come un neonato. Per fortuna. L’idea era quella di prendere la borsa e tenerla con le due mani all’altezza del torace, alzarsi in piedi, andare sul corridoio centrale e iniziare a correre verso il pilota gridando allah akbar, allah akbar. Poi fermarsi poco prima della cabina, girarsi, guardare in faccia i passeggeri e dire: “It’s a joke, It’s a jopke”. Sai che ridere.

 

Sottotitolo, la stanchezza. Che senso ha annotare un ritardo di 40 minuti? No, non si tratta dell’aereo, non è andato piano. E’ solo partito in ritardo. Il classico ritardo. Ha forse senso annotare il ritardo del proprio volo? Si, sarà utile un giorno quando qualcuno scoprirà che su questo aereo c'era un agente segreto. Un giornalista scriverà che proprio grazie a questa annotazione di ritardo, la mia, questo ritardo evitò l’ennesima guerra mondiale...quelle robe da guerra fredda…quelle robe spy di brutto, insomma. Ed io diventerò molto famoso per questo. Sono stanco e quando sono stanco dico, ops, scrivo cazzate.

 

Sottotitolo, la cresta. Ora attendo le valigie alla Cinta 12 raggiunta dopo aver camminato per due km, è martedì. Regolo l’orologio sul fuso orario che tra poco mi conterrà. l'Aeroporto odora di cenere di sigarette. Si dirà ovvio che è cenere di sigaretta. Ovvio il cazzo, avete mai sentito l’odore della cenere di cadaveri infornati al cimitero? In alcuni tratti c’è odore di aceto. Come odori non sono messi per niente male. Per cortesia non perdetemi la valigia. Per cortesia. Eccola. La prendo. Sono stanco e devo affrontare ancora una notte di viaggio, in auto, quella che ora sto ritirando al bancone dell’Avis. Di fronte ho un ragazzo che col gel ha realizzato una scultura sulla propria testa. Una cresta bellissima. Perfetta e scomposta. Non saprei descriverla. Ad occhio e croce ha impiegato due ore per realizzarla. E molto simpatico. E’ un bel ragazzo. Mi dice che l’autovettura di classe economy non c’è. Sarà costretto a darmi un auto di classe superiore, 4 porte, station wagon, ovviamente allo stesso prezzo. L’uomo con la cresta è troppo simpatico altrimenti mi fermerei tutta notte, qui al bancone, per richiedere la mia economy car giusto per entrare nei report di qualche customer satisfation e sballarlo.

 

Sottotitolo, il dentista. Bar restaurante el cruce, è l’alba, il tipo ha la camicia azzurra aperta, sono stanco ovunque, la stanchezza per aver dormito solo 90 minuti in auto. Si, è vero, il sedile di questa super autovettura è molto comodo. Ci sono tremila tasti per regolare posizione e altro. Ora però ho la sensazione di aver dormito sulla poltrona di un dentista. Non è una bella sensazione. Il tipo mi chiede cosa voglio, non parla inglese. Andiamo di gesti. Prendo un pezzo di torta che è lì da almeno 50 giorni sotto un coperchio di plastica che la protegge dalle mosche. Tutto in questo bar sembra lercio. Non me ne frega un cazzo, ho solo bisogno di zuccheri e caffé, un bisogno implacabile. Mi siedo sullo sgabello, è alto, i gomiti sul bancone, la faccia sulle mani. Mi tocco la barba e la testa. Di fianco ho solo camionisti e brutti ceffi. M'incanto nella grafica di un cartello in metallo arrugginito che ho di fonte: arroyo de san servan. Bella grafica. Se fossi un grafico scatterei una foto del cazzo per portarla alla prima riunione di qualche prodotto dove si deve decidere la grafica di qualche prodotto. Aspetto il caffé. Mi sembra di sprecare la mia vita. Desidero il mare, un tuffo, due bracciate per poi distendermi al sole, giusto il tempo per asciugarmi, ho bisogno di correre, desidero una camera, una doccia, un letto, lenzuola pulite e il profumo soporifero delle camere di albergo. Lo stesso profumo che se sei con una femmina è eccitante, è pornografico. Desidero una donna.

 

Sottotitolo, la prima notte, il primo risveglio, il primo breakfast. E’ sera. E’ martedì. La giornata è stata consumata per cercare il mare, un posto carino, un albergo. Faccio una doccia, tocco il letto è collasso, mi spengo. Off. Non toccavo un letto da 36 ore, forse più, non ho la calcolatrice sotto mano. Giusto per fare un paragone dico solo che lo shutdown di windows per spegnere il PC è più lento di questo mio off. Mi risveglio energico. La mente è libera, nessuna coperta la offusca. Avete presente quella sensazione di avere una coperta sul cervello? C’è da fare il primo breakfast. I breakfast sono la mia passione. Gli hotel sono una mia passione. Di lavoro farei quello che gira hotel per recensirne anche la carta igienica. Vivrei periodi della vita in hotel. Dal Breakfast intuisco subito il livello dell’hotel. Capisco se c’è passione, la passione di preparare la prima colazione. E’ arte il deliziare con cibo e bevande il risveglio dei tuoi ospiti. Sono importanti qualità e disposizione dei cibi. A volte si trovano torte appena sfornate e lì scatta l’applauso. Oggi mi limiterò a latte, caffè, yougurt, musli, una fetta di torta, frutta. Si, anche quell’anguria ben tagliata e stesa su un tappeto di ghiaccio, si,   non deve essere per niente male. Prendo anche due brioches, e tanta acqua. L’acqua deve essere sempre disponibile fredda e a temperatura ambiente. Osservo e controllo uova strapazzate e pancetta fritta, le osservo solamente. Con loro ho avuto nel passato orge di estasi senza limiti. Ora abbiamo divorziato. Sono nell’angolo destro del salone, mi verso latte fresco da una bella brocca di vetro. Lo verso sui cereali. Con la coda dell’occhio vedo una femmina avvicinarsi, non ci credo, viene proprio da me. Posso anche arrischiarmi e dire che è una super femmina. Prima qualità. Sotto i trenta. Capelli biondo tinto. Infradito. Sorridente e assonnata. Lenta. Occhi color chiaro freddo. Un estetica che ricorda l’est europeo. Si avvicina, proprio verso di me, me lo ripeto, lo ripeto, perché non ci credo, mi punta, mi punta perché mi guarda mentre cammina. Viene proprio da me. Ha in mano una busta della Nestlè. Con un inglese timido, a bassa voce, mi chiede; cos'è? (piccola annotazione, una vera e pura femmina parla sempre a bassa voce) Ha la voce roca e sottile di chi fuma. La guardo e rispondo cioccolato solubile. Sono assonnato e molto timido, viceversa, invece di rispondere e restare lì freezato come in un fotogramma con cereali e latte in mano avrei potuto attivare una conversazione sul running nel terzo millennio, oppure sulla dolcezza di McEwan, oppure sul sesso tra sconosciuti dopo un breakfast. Sconosciuti che si sono appunto desiderati in modo animalesco durante lo stesso breakfast. No. Io scelgo per la risposta tecnica del cazzo, con tanto di dettagli, prima un dito di latte, poi si stempera per bene il cioccolato, poi si aggiunge latte, in questo modo si evitano i grumi. I grumi, cazzo. Ma come cazzo mi viene in mente di snocciolare la questione dei grumi lo sa solo dio. Come sia riuscito a dire tutto questo in inglese è un altro mistero. Ma sono sicuro di averlo detto, insomma mi sono spiegato bene. Potere della versatilità dell’inglese e del fascino di una femmina. Finisco la mia noiosa e pedante lezione sulla preparazione di una fottuta bustina di cioccolato Nestlè solubile, e mi fermo, mi blocco. Ma come sono tranchant stamattina, che fottuta malattia avrò mai preso durante la notte? In pratica torno in  posizione statica simil fotogramma. A quel punto lei domanda se posso consigliarle come prepararlo. Nel senso che ha capito, ma ora il dubbio è tra latte caldo o freddo. Io senza esitare, come se per tutta la vita avessi tenuto corsi all’università sull’argomento,  dico, senza alcuna esitazione, hot milk. Non ci sono dubbi, latte caldo. In effetti siamo proprio nella zona latte e derivati e ogni volta che qualcuno ne apre il rubinetto dalla macchinetta che lo serve caldo arrivano folate di profumo di latte fresco scaldato deliziose. Quel profumo che conosce solo chi, come me, ha avuto la fortuna di avere una zia in campagna che scaldava latte appena munto al mattino presto. Ad altri, lo so, quel profumo fa correre subito in bagno. A me ricorda la zia in campagna. Ma torniamo all’esemplare di femmina. No, anzi, no. Vaccarana. Aspetta. Tu dimmi se con una femmina con le infradito a pochi centimetri da me io debba pensare alla zia in campagna e alla gente che evacua col latte caldo. Non ci sono dubbi, sono grave. Lei mi guarda è dice ok, ha un sorriso stupendo e me lo regala tutto, io sono stordito perchè incredulo, perchè mi sembra impossibile che al primo giorno di ferie mi possa capitare una simile grazia, per di più francese, scoprirò dopo. Conoscere una femmina così al primo giorno mi fa anche paura. Quali sfighe può celare una simile fortuna al primo giorno di vacanza? Farò un incidente devastante contro un tir? Verrò assalito da uno squalo? Anzi, uno squalo mi staccherà una gamba? Mi saluta. La saluto. La seguo con lo sguardo. Sono pietrificato davanti alla macchinetta del latte nella zona latte e derivati. Cerco di capire se è sola, forse mi ha scambiato per un cameriere. Lei si rigira e sorride. Dopo un minuto, per fortuna, arriva un ragazzo. Le dice qualcosa, è il suo fidanzato. Forse. Si. E’ quasi un sollievo. Mi libera dalla paralisi, dallo stallo di tutte le attività vitali. Il tipo è magro, capelli grassi e sottili, diafano, una barbetta da capra, da adolescente. E’ il classico tipo che ascolta i Nirvana e gioca con gli amici a quei strani giochi di società e colleziona quelle figurine strane che non ho mai ben capito. Quelle coi disegni e i mostri. Lei, ora che la guardo bene, è di una bellezza sovietica comunista. Un fisico perfetto, due gambe lunghe, una bella caviglia e le infradito. Finisco la colazione e vado fuori per un sigaro. Il tempo di fumare un sigaro con di fronte l’oceano. Un tempo sufficiente a portare, con coincidenza bastarda, le nostre esistenze davanti all'ascensore nello stesso istante. Io , lei, la principessa comunista, lui il cantante magro rock australiano maledetto. Lui la cerca per un bacino. Un bacino? ma vai farti fottere. Questa non è femmina da bacini. Gli mette una mano sulla spalla. Sta palesemente marcando il territorio come ho visto fare a certi animali in una puntata di quark. Saliamo sull'ascensore. Evito ogni sguardo in modo naturale e rispettoso. Premono il tasto due, non mi chiedono il piano, io non dico e faccio niente, vado anch'io al secondo piano. Si chiudono le porte. L’ascensore sale. Il non aver premuto nessun bottone senza aver detto niente, senza aver annuito, non so perchè mi da sicurezza. Tragitto verticale nel silenzio più assoluto. Secondo piano. Si aprono le porte, io sono il più vicino alle porte, poi c'è lui, lei è appoggiata sulla parete opposta alla porte, con le spalle appoggiate allo specchio. Ecco, lo sapevo, lui commette l'errore, fa uno scatto e mi supera per uscire prima. Si è fatto prendere da quella competitività tipicamente maschile adolescenziale. Io resto fermo, e da gentil'uomo di altri tempi quale sono lascio passare lei, inchino leggermente la testa, alle spalle ho l’uscita e lui, anche lui di spalle verso noi. La principessa comunista mi sorridere e annuisce, in quel gesto c’è una conferma, devo capire cosa però capire conferma. Ipotesi A. Era davvero buona la cioccolata col latte caldo. Ipotesi B. Guarda se non fosse per questo cadavere che mi porto dietro ti consumerei tutto. Non so quale sia l’ipotesi più verosimile. Una cosa è sicura, una delle due ipotesi è certa. Mi sono sentito comunque davvero felice;  per due secondi e quaranta centesimi. Loro sono entrati nella 210 a trombare, che dopo la colazione ha il suo perchè, io in camera a prender la valigia per il check out con un pensiero; un gentil uomo di altri tempi come me non rompe i coglioni alle coppie in crisi. No. Ho detto no.

 

Sottotitolo, a perdifiato. Corro tutti i giorni. Al mattino presto. Verso le sette. Poi rientro in albergo e mi preparo per il breakfast. Correre su questo lungo mare è stupendo, è già la terza volta che lo calpesto. E’ un'ampia strada pedonale, un lungomare di acciottolato ben sistemato, sembra anche lucidato. E’ lungo quattro chilometri. Ci sono le fontane. Ci sono persino le docce, ogni chilometro. Di fianco ho una spiaggia, la sabbia è ben battuta, è molto profonda, oltre la spiaggia c’è il mare, pardon, l’oceano. E’ calmo per essere oceano. Ma questa è quasi una baia. Profuma da oceano. Sull'altro lato, alla mia sinistra, più in alto, una grossa provinciale con di fianco i binari della metropolitana. Dopo aver corso per tre chilometri trovo una fermata della metropolitana, lì, vicino al mare. Fa impressione vedere una fermata della metropolitana sul mare. Immagino quanto sia bello nella pausa lavoro poter venir qui. Oppure venirci alla fine di una giornata, sempre di lavoro, per sedersi e leggere con di fronte l’oceano. Oppure limonare, se si è con una femmina, sempre con l’oceano di fronte. Che botta di romanticismo. Corro a torso nudo per  evitare di sporcare duemila magliette che non ho portato, aumento la velocità, dalle scale scendono impiegati ben vestiti con lo sguardo di chi deve iniziare una giornata di lavoro. C’è un bel sole che scalda, c’è un bel vento che rinfresca. Il lettore mi propone un jobin che parla d’Ipanema, per trentasette secondi godo. Mi fermo alla fine, dove la strada termina a ridosso di una scogliera. C’è una piccola piazzetta. Sgancio lettore e cuffie. Mi metto sotto la doccia fredda. Bastano pochi secondi. E’ una goduria. Guardo il mare. Rimetto la cuffia. Random Play. Parte un file che si chiama: (Jazz Piano) J. S. Bach - Glenn Gould - Goldberg Variations (1982 Recording).mp3. Riparto e torno indietro, verso l’albergo, veloce. Vengo ancora, secondo orgasmo. A perdifiato.  

 

Sottotitolo, Police. Sto aspettando il 28. E’ un tram. Dicono che con questo tram si attraversa per bene la parte storica. Dicono. Sono già tre le telefonate dall’Italia che: “oh!!! Mi raccomando fatti un giro sul 28”. Quindi mi sono rotto i coglioni è ho deciso di prendere il 28. Eccomi qui. E’ quasi mezzanotte. Aspetto il 28. Sono in piedi. E’ la più  classica delle fermate di un tram. Mentre aspetto il 28 realizzo un’altra attesa. Non ho mai smesso di aspettare un album nuovo dei Police. Per me, insomma, è come sei Police non si fossero mai divisi. Ho rimosso lo scioglimento del gruppo. Vaccarana. E’ un trauma scoprire questa attesa, nascosta, lì, a sedimentare in qualche angolo dell’incoscienza. Come è potuto accadere? Secondo trauma. Arriva dopo pochi secondi. Mi viene quasi da piangere. Un nuovo album dei Police non uscirà mai più.

 

Sottotitolo, momento vintage. Prima di rientrare in albergo deviamo verso il casinò. E’ enorme. Ha l’insegna grossa che s’illumina che neanche a Time Square hanno tutta questa luminaria. C’è scritto Casino’. Il carattere, font per i grafici, forse anche per i colori, mi ricorda Fellini, alcune locandine dei suoi film. Dentro è tutta un’altra cosa. Il clima è anni 70 di brutto. Nella hall una donna canta brani in inglese mai sentiti. E’ accompagnata da un pianista. Hanno l’entusiasmo di chi suona tutte le sere per ore e ore. Nella sala delle slot machine ci sono donne con acconciature super cofanate, di fianco hanno brutti ceffi tatuati. Le più anziane solo sole, fumano, bevono e premono i bottoni della slot che non è più la slot con la manovella. E’ una location per Tarantino, anche De Palma apprezzerebbe, lui che un film sull’argomento l’ha anche fatto. Giriamo negli ambineti. L’aria poker è accessibile solo se lasci documenti e carta di credito. Ci sono roulette con intorno solo coreani. Tutti fumano. Prendiamo due fresh orange Jiuce. Ci guardano strano. Quindici euro. Fanculo. Dopo dieci minuti siamo fuori, sono stanco, per fortuna il vizio del gioco non mi ha mai preso, sono in piedi dalle 07, ho corso per 10km, sono stato al sole, è venuto il momento di spegnersi.

 

Sottotitolo, la fata. Sono in piscina, una bella piscina. A strapiombo sul mare. Sto leggendo Houllebecq dopo aver finito un McEwan. Una femmina stupenda, cammina, mi passa vicino, è talmente bella che il mare si ferma, tutto si ferma, le persone anche. Qualcuno era lì che si stava tuffando, ora è in aria, in pausa. Altri sono congelati col bicchiere in mano. Sono impietriti in smorfie innaturali. Lei invece si muove, cammina. Ha un vestito bianco che si apre sulla schiena, perfetta. Esplodo dal desiderio di sapere tutto di lei. Implodo perché non mi pare vero. Una sequenza di pensieri; tu sei la donna della mia vita; ci sposiamo; facciamo tre figli ed io ti amerò fino all'ultimo orgasmo due minuti prima di morire, con te. A distanza di trenta secondi spunta il marito. Anche lui si muove. Il mare riprende il suo moto. Ritorna il suo profumo. Il tizio sospeso in aria entra nell'acqua. Tutto si rimette in moto. Impiego due minuti per dissolvere ogni traccia dei miei desideri.

 

Sottotitolo, la famiglia. Mi trovo a Nord. Ogni giorno mi sposto. Cambio paese, cambio albergo. Un giorno vicino l’Oceano. Un giorno all’interno. Fa freddo. Nel senso che ci sono venti gradi e non quaranta. Si sta bene, insomma. E’ nuvoloso. Non si fa il bagno, niente piscina, niente oceano. Il tempo lo passo al sole leggendo e fumando sigari. Ogni tot mi alzo e prendo un acqua e un caffè alternandoli di volta in volta, prima l’acqua e dopo un tot il caffé. Dopo il caffè accendo il sigaro. Non sempre è nuovo, a volte ne riaccendo uno iniziato e spento precedentemente. Al Nord ci sono solo famiglie. La maggior parte, il 78.34%, è composta da mamma, papà, un figlio o una figlia. Sono in tre. Mamma e papà hanno tra i trenta e quaranta anni. I bambini hanno dai zero ai dieci anni. Se dico che ci sono solo famiglie non lo dico così per dire. Credo di essere l’unico sigle quarantenne nel raggio di cento chilometri. Credetemi. Non so come la pensiate, e se anche voi l’avete notato, ma tutte le coppie che vedo sono scoppiate. Lui cammina sempre una decina di metri davanti. La mamma dietro. Il figlio o la figlia corre e si muove come una navetta prima dal padre e poi dalla madre. A tavola, mamma e papà parlano solo con il figlio o lo figlia. Raramente li vedi conversare tra loro. Hanno quasi sempre l’espressione crucciata e contratta in smorfie tipiche di chi è costretto o oppresso. Manca la libertà nei loro sguardi. Manca quella sana dose di dissolutezza. Manca la franchezza. Negli sguardi c’è l’errore di chi crede che la libertà sia lontano da lì. Chi scrive crede ancora nella famiglia. Chi scrive ha rispetto e idea del progetto famiglia, quindi non sto plasmando la realtà per avvallare qualche tesi bislacca sulla fine della famiglia. No. Osservo e annoto solamente genitori davanti a me. Potrei esserci io al loro posto. Forse no. Ecco, quelli lì, per esempio.  Sono a cinquanta metri da me. Sono in ferie, passeggiano, non conversano, non sorridono, non ridono, non si tengono per mano e forse non scopano neanche. E’ già la terza volta che passano su questo lungo mare, è la terza volta che mi passano di fronte. Domani sera non sarò seduto qui, ma ci sono buone possibilità che loro domani sera siano ancora qui, a passeggiare, nello stesso identico modo.

Sottotitolo, Houllebecq. Il volto di uno scrittore con cui si è raggiunto un buon livello di empatia dopo aver letto il suo terzo romanzo deve restare un mistero. Mi devo ripromettere, quando torno, di non cercare su Google nessuna foto di Houllebecq.

Sottotitolo, XXX. Mi sveglio che sono le due di notte. Mi accorgo subito di essere troppo riposato per riaddormentarmi. Ho dormito poche ore ma è stato sonno intenso. Quello che rigenera velocemente. Decido di andare sul lungomare per fumarmi un sigaro. Apro la porta della camera, la mia camera. Sono al terzo piano. E’ buio. Non trovo l’interruttore della luce. Vedo però la luce del pulsante di chiamata dell’ascensore. Lo raggiungo. Mentre mi avvicino sento il rumore di un letto. E’ il più classico dei rumori. Due stanno trombando. Le porte di questo albergo sono sottili. Si sente benissimo, tutto. Sento il fiato di lei, è più rumoroso di quello di lui. Chiamo l’ascensore. Lei ansima. Il rumore si ferma e lei rilascia un grido strozzato di piacere. Lui riprende a penetrarla. Il cigolio è più forte. Io indosso una camicia e sotto ho solo un pantaloncino di cotone leggero. Mi sta quasi venendo duro. O mi faccio una sega o corro giù subito a fumare. Finalmente le porte dell’ascensore si aprono. Entro e penso subito alle tabelle di routing di Ipchains per creare su Linux ottimi firewall. Ci riesco, si ammoscia. Fumo il sigaro. Torno in camera e quelli sono ancora lì che trombano. Fanno un baccano quasi comico. In fondo al corridoio una tizia apre la porta e butta fuori la faccia contrariata. Io la guardo, sorrido e vado in camera. Poco prima di aprire lei viene. Viene davvero bene. Mi controllo per l’istinto è quello di applaudire. A memoria, ora che ci penso, tolti i miei genitori che comunque non erano rumorosi, è la prima volta che sento con un audio così perfetto due che scopano. Il mattino dopo, durante il breakfast, ovviamente cerco di capire chi sono i due super eroi. Niente. Non riesco a capire. Un vero peccato.

 

Sottotitolo, la ragazza del Sudoko. Del mare e di questo oceano ricorderò volentieri i momenti al tramonto. In spiaggia, sul lettino, sigaro accesso appoggiato in comodi portacenere, il libro, la brezza fresca, la camicia, il costume umido, un caffé. Sono drogato di caffé. Su Discovery Chanel ho visto un documentario; dicevano che fa bene. Mi spiego, se non subentrano problemi di tachicardia e insonnia, il caffé fa bene perché è ricco di tante sostanze importanti tra cui anche il potassio, e tante altre che non ricordo. Ed eccomi qui, al tramonto vicino al mare, ancora a Nord. Fa quasi freddo, ma c’è ancora il sole, la sensazione è quella che qualcuno abbia regolato male l’aria condizionata. Sto bene, viceversa non sarei qui a scrivere. L’ombrellone di fianco, a cinque metri di distanza, altro che Italia, contiene una famiglia, due genitori sui sessanta, la figlia, il ragazzo della figlia. Ora stanno discutendo molto animatamente. Non capisco la loro lingua, sono locali e parlano troppo velocemente. Intuisco però il contendere. I due genitori vogliono tornare in camera perché fa freddo, la figlia no, è lì che si sta godendo questo bel momento risolvendo sudoko da una rivista che dal titolo si direbbe contenere solo sudoko. Il ragazzo di lei non prende posizione, poi si schiera con i genitori di lei. Tutti insistono che si deve andare in camera, lei fa capire che non c’è problema, li raggiungerà dopo. Ma loro non ci stanno, si deve rientrare tutti insieme. Su questo punto la discussione si scalda. Anche il ragazzo inizia a scaldarsi. Tutti e tre argomentano ad alta voce verso la ragazza la loro tesi. Lei li manda a cagare, prende la borsetta, il suo sudoko, si allontana di qualche metro e continua, sedendosi sulla sabbia, a dedicarsi al suo sudoko. Il fidanzato sbraita qualcosa e si dirige verso la strada. Suggerisce ai genitori di lei di lasciarla perdere e di andare con lui. I tre sbraitano contro di lei. Lei non si gira nemmeno. I tre ormai sono via. Lei è li. Davanti a me. E’ adorabile. E’ disturbata dalla rabbia e forse, ora, anche dal senso di colpa, eppure riesce a fatica a risolvere il suo sudoko. Ogni tanto dice qualcosa a bassa voce, sono pensieri che sfuggono, e intanto con la biro scrive numeri nella scacchiera. Dentro di se, nella sua lingua, si ripeterà qualcosa tipo: “Porca di quella puttana ma perché mi devono rompere i coglioni mentre faccio il mio sudoko in santa pace al tramonto vicino all’oceano?” Hai ragione, perché?


Sottotitolo, Irina. Irina 

 

Sottotitolo, Hall. E’ difficile tenere un diario in vacanza. Non si può stare sempre lì a scrivere. Diciamo che vivo, e quando mi fermo, scrivo. Per scrivere ci vuole quella solitudine indispensabile a raccogliere idee e fatti. Negli ultimi giorni ho vissuto parecchio. Ho osservato. Curiosato. Quando viaggio mi piace percepire il paese che mi ospita dai particolari, dai dettagli. Odio le guide turistiche, gli itinerari, i luoghi da vedere a tutti i costi, quelli segnalati. Mi piace soffermarmi sui volti, sulla lingua locale, sui profumi, quelli delle cucine così diversi. Mi soffermo su porte scrostate, quella che ho di fronte ora, per esempio. E’ stupenda. Ecco una porta così in Italia non esiste. Mi manca tantissimo la valuta locale, le monete diverse. Ok l'euro ha tutte le sue comodità, ok, ma preferivo prima, l’epoca dei cambi. Era un occasione per entrare nei dettagli, nelle dimensioni economiche, i suoi decimali, i nomi dei soldi. Ora che ci penso bene, questa omologazione, questa standardizzazione, tutti con la stessa moneta, tutti ingleseparlanti, tutti vestiti uguali mtv oriented, ecco, tutto questo mi rattrista. Rivoglio i tedeschi vestiti da tedeschi e a seguire tutti gli altri vestiti a modo loro. Mangeremo tutti le stesse cose e cagheremo uguali. Ecco cosa rischieranno le generazioni future. Ecco, la porta vi dicevo, quella vicino a me. Sono in una hall di un bel albergo. Adoro le hall degli alberghi. Questa è davvero grande. il pavimento è di un bel parquet, le pareti sono di un giallo caldo nella parte alta, in quella bassa è un festival di maiolica. Le poltrone sono di velluto pesante, a scacchi bordeaux arancione. C'è una poltrona in legno con seduta in pelle marrone scura dall'aria comoda, e lì di fronte a me. Ovunque, sparse,  ci sono cassepanche in legno e cassetiere, sempre di un bel legno lucido.  Ho voglia di aprirle. C'è un bel viavai di gente in questa hall, ora ho davanti una doppia coppia di spagnoli con le Birkenstock. Tre di loro sono alti un metro e sessanta, veramente identici e allineati. Poi c'è una lei fuori standard, sarà alta un metro e novanta. Dove si sono conosciuti persone di statura così differente? Adoro le hall per questo. Sono hub di umanità. Ci sono tante cose da osservare e non ci si annoia mai. C'è la musica in sottofondo, quella diffusa da altoparlanti ben nascosti che si mixa con quella che arriva dal bar di sotto. Questo mix di suoni è piacevole. Potrebbe elevarsi ad un Music for Hall stile Brian Eno.  Il tizio che suona sotto è un classico. Dall’angolo del bar propone livemusic con tastiera e altre diavolerie midi per ritmica e linea di basso. Ora, proprio in questo istante, di fianco a me, nella comoda poltrona di fianco si è seduto un oversize man con un cubano acceso in bocca. E’ adorabile. Mi ricorda che è vero, qui si può fumare. Mi accendo un toscano. Acceso. Ottimo, con un bicchiere di vino potrei rasentare la perfezione. Mi accontento. Sono alla fine del viaggio. A nord ho trovato freddo e nuvole, al sud sole e tanti ragazzini ubriachi a ricordarmi l'età, la mia. S'invecchia di brutto, cazzo.  E per parafrasare Barbara Streisand aggiungo: il tassametro della mia vita scorre e non si ferma, porca puttana. Dopo aver scritto puttana ho alzato al testa dal Nokia Communicator, che uno che mi vede crede che stia giocando a tetris. Mi son girato a destra e al posto del signore col cubano acceso in bocca ho trovato una mammina locale deliziosa, girandomi di scatto l'ho beccata che mi guardava, forse mi sono girato proprio per quella teoria metropolitana per cui se osservi una persona poi quella si gira perché sente il tuo sguardo che gli perfora la testa. Questo paese, a parte la sua capitale, e pieno zeppo di famiglie con prole, o ragazzi di 20 anni danzanti tutta la notte. Quelli della mia età single sembrano non esistere. Ora mi fermo. Il 9500 nokia mi dice che la batteria è quasi scarica. Dovrei scrivere delle tre letture fatte in questi giorni, McEwan, Houllebecq, Beckett. Dovrei scrivere di quanto stanno influenzando quello vivo in questi giorni. Dovrei. Si avrei molto da dire, ma non sui i contenuti di questi romanzi, no, vorrei solamente spiegare quanto questi romanzi si siano inseriti perfettamente nei contesti che stavo vivendo mentre li leggevo. Questo mi piacerebbe fare e ricordare. Ora mi fermo, davvero, la batteria del nokia9500 richiede di essere caricata.

 

Sottotitolo, a Perdifiato. E’ mattina presto. Sono le sette. C’è quasi freddo. Forse pioverà, il cielo è scuro. Molto scuro. Ho fatto una dozzina di chilometri. Splendidi. Sono arrivato fino al faro. L’ho toccato con una mano e poi sono tornato indietro. All’arrivo mi parte D.D. Jackson, Automatic Lover e mi metto a ballare.

 

Sottotitolo, Einaudi. Mentre scrivo prendo il sole. Non fa caldo. Si sta bene. Ho fatto colazione al buffet. Dopo sono andato in paese a prendere un espresso, 55 centesimi di euro. Ora sono sul lettino a bordo piscina. Forse attendo lo stimolo per cagare, forse lo stimolo per tuffarmi. La piscina è più vicina del cesso, non che voglia cagare in piscina, era solo una considerazione. Non ricordo l’ultima volta che sono andato al cesso, con tutti questi spostamenti e alberghi e cessi diversi mi confondo. ieri, si ieri, ora ricordo. Il sigaro è ottimo, questo che sto fumando ha un buon tiraggio. Stamattina avrei potuto correre ma stanotte ho dormito poco. Alle cinque mi sono svegliato vispo come un tereso. Lucido, lucido. Non volendo star lì a tormentarmi nel letto sono tornato nella hall con sigaro e Beckett. La hall dell’albergo, di notte, è uno splendore. senza quella musichina in sottofondo. E’ tutta un’altra cosa. Hanno spento le luci principali, sono accese solo le abatjour, nessun turista, è tutta per me. Mi sono tuonato 20 pagine di Beckett con un mezzo toscano; ho goduto. Qualcuno dovrebbe avvisare Einaudi, ragazzi Beckett va letto di notte in una hall d'albergo, è splendido. Ora torno in camera, poi andrò a far colazione, poi mi dedicherò al sole.

 

Sottotitolo, le amerikane. Ora sono da tutt'altra parte, la vacanza sta per finire, mancano pochi giorni. Avrei voluto scrivere molto di più. Ma se scrivo non vivo. Non sono il tipo che prende appunti per poter scrivere e ricostruire dopo. Certi fatti, almeno per me, hanno una scadenza. Se dopo qualche ora non li fermo con le parole muoiono. Non che li dimentichi, no, non è una questione di memoria. E’ solamente che dopo qualche ora perdono quella fraganza indispensabile a farmi venir voglia di scrivere. Non solo. Cio sono cose che riesco a scrivere solo sul telefonino mentre sono immerso in ambienti e situazioni diverse dalla casa, dall’ufficio. A casa, al rientro, non riuscirei a ritrovare il piacere che provo invece ora mentre scrivo. Ora per esempio sono in un’altra metropoli.  Anche questa metropoli è adorabile. Elegante. Bella. Trasgressiva. Ora, proprio in questo istante, sono in un bel bar ristorante. C’è il bancone.  Ho finito di cenare. Il vino rosso era ottimo, anche il prosciutto crudo e il piatto misto di formaggi erano sublimi. Mi giro. Fammi leggere. Sulla vetrina, alla mia sx, quella che da sulla via pedonale piena di giovani,  c'è scritto Miau. Alla mia dx c'è un bancone, ma questo l’ho già detto, tutti fumano, che bello veder fumare nei locali. Qualche tavolo più in la un gruppo di giovani ragazze americane strilla, hanno tutte la gonna corta, hanno delle belle gambotte, sono in carne, americane insomma. Hanno tutte la stessa maglietta bianca e il cappello da cowboy. Sembrano far parte di un gruppo vacanza, dall’accento si direbbero della west coast, e quando dico west coast intendo tutta l’america tranne New York. Tutte le ragazze della west coast hanno lo stesso difetto di fabbricazione, strillano come forsennate e sono prive di fascino e mistero. Ma ci sto bene qui. Anzi sto davvero bene.

 

Sottotitolo, tette piccole. Mi sveglio che sono le sette, ho dormito quattro ore, starei volentieri sotto queste lenzuola, ancora un paio di orette. No. Decido di alzarmi, radermi e uscire nella grande città. Non posso perdere tempo dormendo. E' l'ultimo giorno di ferie. Fa freddo. Trovo un bar aperto. E’ lo stesso di ieri sera. Un caffè, un sigaro e le ultime pagine di Beckett. Entra un tizia con un maglietta bianca senza reggiseno, ha i capezzoli attivati dal freddo, due tettine piccole piccole che ora leccherei tra un boccata di sigaro, beckett e il caffè. Scoprirò poi che è italiana. Ci sono femmine a cui le tette piccole stanno davvero bene. Sono femmine interessanti, anzi, interessanti grazie alle loro piccole tette. Come queste che sto osservando ora. Se questa femmina si facesse rifare il seno diventerebbe una gran femmina, del resto è molto bella di viso, ha un bel corpo, ha delle belle gambe, femminili ed atletiche. Ok. Però se si rifacesse il seno perderebbe il fascino che queste piccole tette le conferiscono. Più la osservo più intuisco che è anche orgogliosa delle sue tette, si piace, si, confermo. La sento parlare, non conosce Beckett, scopro, come ho appena detto, che  è di Palazzolo, ha la dizione bergamasca-bresciano, nessun suono latino come speravo, nessuna inflessione dai sapori mediterranei. Contro ogni ragionevole previsione è stupida e anche antipatica. Vabbè, qui la questione si fa complessa. L'irrisolvibile complessità del conflitto forma-contenuto è davvero tutta un'altra storia. Ci salutiamo, io finisco il mio Beckett. Grazie Beckett.


Sottotitolo, è finita. Sono in ufficio. Ho già bevuto tre caffè. Ieri sono andato a correre nei soliti 7km, quelli lungo il naviglio. Sono tornato. Milano è semivuota. Stamattina ho impiegato pochissimo per arrivare in ufficio. La valigia, la mia valigia, il mio borsone. Che tristezza infinita. Proprio alla fine del suo viaggio si è sbirulata una ruota. Non credo si possa aggiustare, guarire. Senza una ruota è praticamente inutilizzabile. Come i cavalli, che vanno uccisi se si spaccano una gamba, cosa che tra l'altro non ho mai capito. L'ortopedia equina esiste? Ho apprezzatto molto la serietà e la professionalità della mia borsa. Ha ceduto solo alla fine. Ha aspettato che finissi il viaggio. Si è rotta nell'ultimo tragitto. Ero sulla metropolitana milanese che mi portava a casa. Patatrak. Una borsa di carattere. Lo sapevo. Io copio e incollo senza troppo editare. Va bene così. Pubblica post. Patatrak.