
Il solito bar, quello di sempre, e un bar ha sempre il suo sporco fascino al mattino presto. Sarà una questione di volti, di profumi, di colori. “Per cortesia un cappuccio due brioches e poi a seguire un caffè, grazie”. Poi andrò fuori, ci sarà anche spazio per un toscano; ho tempo. Il sigaro entrerà in scena alla fine del cappuccino e delle brioches, poco prima che arrivi il caffè; attesa che raccoglierà l’editoriale. Mi giro, una tipa con stivali senza calze va alla cassa. Titoli e sottotitoli. Il suono delle pagine. Il profumo. Seconda e terza pagina. Politica. C’è Parlato. Guardo fuori. L’aria è perfetta, anche i colori, ci vorrebbero le parole giuste per descrivere giornate come questa, con questo cielo; ora non le ho. Le parole sono così; bislacche a volte. Restano dentro e non vogliono uscire, ma dentro ci sono. Oggi per fortuna riescono ad entrare, bene, sono quelle di un giornale. Vado a vedere se alla fine c’è "l’Inchiesta". Ancora rumore di carta e la brioches che si tuffa nella schiuma del cappuccino. Tolgo gli occhiali da sole e faccio un giro sui Vespri della Rangeri. Esco. Passa l’autobus, è vuoto. Riprendo Contrordine di Robecchi, all’inizio, lo seguo ad occhi aperti fin dentro; sorrido. E quando la scrittura ti fa sorridere è sempre bello. Visto che sono qui dentro, in queste pagine, mi prendo il lusso di fare una visita all’ottimo Carlini nella sua “Chips and Salsa” settimanale. Guardo l’orologio, quello del telefonino, c’è un sms. Inciampo in Stefano Benni e faccio due tiri di sigaro, si sta spegnendo, tiro fuori l’accendino e lo rimetto in vita, come si deve. Grande il Benni. Ora faccio il serio; mi tuffo nell’economia delle Galapagos. Leggo. Leggo. Leggo. Questo giornale è pieno di refusi e io adoro questa cosa, l’intervista di Parlato e Polo a Bertinotti ne era piena, non avranno soldi per gli editor? Questa imperfezione mi ricorda le trattorie; quella genuinità grezza che però si mangia bene e poche cazzate. Ordino un caffè, un altro, mi prendo tempo. Prendo fiato e mi butto nelle [Storie]; è sempre un bel viaggiare. Arriva il caffé. Ora ci sono Tabucchi e Galleano, che quando bazzicano da queste parti sono sempre furiosi. Nel frattempo mi ricordo di non aver guardato bene la foto della prima. La prima pagina del Manifesto. Le Prime Pagine del Manifesto. Opere d’arte. Ricordo quella con la foto del feretro di Wojtyla; un bibbia aperta; si sfoglia da sola; un porporato corre e si tiene il cappello e il costume. Sotto una scritta che è il titolo: “Via col vento”. Applauso. Guardo altrove e mi torna in mente un’altra prima pagina, quella del giorno dopo la morte di Luigi Pintor, la sua foto, quella dove si tiene la faccia con le mani e ha gli occhiali sulla fronte e quel suo sorriso sardo. Il titolo: Caro Luigi. Le mie lacrime. E ricordo la Prima Pagina del giorno dopo ancora. C’è la foto di un palco e Valentino Parlato che dice qualcosa al microfono. Il titolo è: “L’ultimo titolo”. Alla destra l’editoriale di Sermonti e sotto una jena, quella ancora del Manifesto che tanto mi manca e dice: “Silenzi – E adesso noi che ci facciamo con quella tua macchina da scrivere insopportabilmente muta?” Il Manifesto. Le vignette di Vauro. Gli editoriali. E’ il giornale con più editorialiste di tutti. Carlini, Rossanda, Ciotta, Dominijanni, Sgrena, Giorgi, E poi gli altri, D’Eramo, Santomassimo, Colombo, Campetti, Chiesa, Zanini, Polo, Parlato. Andavo a memoria, ma ci sono tutte e tutti gli altri, pardon.

Al Manifesto guadagnano tutti la stessa cifra, dal direttore all’ultimo arrivato (si fa per dire); poco meno di 1.500 euro nette. Sullo stipendio uguale, dal direttore all’ultimo arrivato, anche recentemente sono arrivate critiche da ogni parte, ma di solito sono quelle di altri giornalisti. Mercoledì il direttore alla fine di un’editoriale su libertà (anche quella dell’informazione) rispondeva così; “Ci sarebbe poi da aprire un discorso su un'altra parola: uguaglianza. Essendo caduta in disuso nel mondo, tra di noi la facciamo vivere nei nostri salari. Sarà una scelta discutibile, ma non è il nostro difetto peggiore”. Grande Polo. Il Manifesto è un giornale che si regge con: abbonamenti e grazie a 30.000 copie di tiratura reali (Non viene regalato come fanno altri – vedi Libero- perchè hanno un contributo sul numero di copie stampate). Il Manifesto si può leggere anche grazie al contributo statale per le cooperative editoriali; e il Manifesto lo è d’avvero. Al Manifesto anche i poligrafici eleggono il direttore, lo spirito è questo: la necessità di mettere sul mercato una voce o più voci dei giornali che non rispondono a nessun padrone e quindi possono garantire un certo tipo d’informazione, non condizionata dai poteri, dagli sponsor. Ecco perché i contributi statali sono una cosa importante, possono garantire l’esistenza di un giornale come il Manifesto in uno scenario telecentrico come quello italiano. Il problema è che su questa legge arrivano anche sciacalli come Ciarrapico, sono arrivati i giornali di Partito (per modo di dire), e questo significa milioni di euro per giornali nati all’ultimo momento solo per succhiare denaro. In rete ci sono elenchi, andate a leggerli. Confondere il Manifesto e i suoi 35 anni con questa universo di faccendieri “editoriali” sarebbe ed è una leggerezza grave. Non Fatelo. Ve la ricordate la grande manifestazione del 25 aprile a Milano del 1994 promossa dal Manifesto? quella sotto la pioggia. La scossa che riuscì a dare. Ecco cos'è il Manifesto.
Sono abbonato da due anni e oggi il mio Manifesto compie 35 anni, un pezzo di storia. Esce con un rifacimento estetico e con un libro che racconta i suoi 35 anni, 21 euro. Compratelo. E’ il regalo che vi chiede, per sopravvivere. Facciamo sopravvivere questo giornale. Ci sono due righe della Rossanda che descrivono bene una delle sensazioni che provo quando lo leggo.
"Sentirsi tassello intelligente di un mosaico mobile, intrisi nelle esistenze e nei bisogni altrui, disinteressati e convinti di usare il proprio briciolo di gerarchia per il bene comune, è un'esperienza forte”. Auguri amico mio. Ti voglio anche bene, pensa. Viaggiare con te non vuol dire soltanto andare dall’altra parte, quella dei deboli, ma anche scoprire di essere sempre dall’altra parte, quella
buona. Vado. Non vedo l’ora di vederti e di sentirti. A tra poco e …Grazie di esistere.