Avevamo la camera al ventesimo piano. Il nome dell’albergo non lo ricordo, la strada neanche, ricordo che era una traversa di Orchard Road. In ascensore un via vai di grassi uomini d’affari, in accappatoio, arrossati dalla sauna, quella del decimo piano. Scrivo decimo piano ma potrei dire nono che è lo stesso, di sicuro era un piano intermedio. Altra considerazione, perché gli uomini in viaggio per affari sono tristi? Il ristorante a che piano era? Un piano intermedio, ma quale? Era un agosto. Un viaggio in oriente. Il secondo. Forse il terzo. Non il primo. Ricordi collegati da fili invisibili. Reminescenze senza mandante. Mi ricordo dentro un taxi, fermo al semaforo, osservo un giardino e la calura mal tollerata dei passanti. Altro fotogramma, siamo seduti in una banchina della metropolitana, che in quella di Singapore sembra di aspettare un ascensore. I grossi portacenere negli angoli delle strade, che a Singapore se butti la cenere della sigaretta per terra ti arrestano. Questioni da raccontare al ritorno agli amici. E ancora, il ricordo di quella camera d’albergo. Potrei disegnarla. Un lato tutto di vetro. Un lato-finestra. Si può dire? Dall’altra parte la città. Che bello quel vetro, spesso e opaco, attenuava i colori, li tratteneva. La tenda a due strati, uno bianco e trasparente, l’altro spesso come una coperta che trattiene tutto. Al mattino, mentre faceva la doccia, adoravo bere caffé preparato con la caffettiera americana appoggiata sul frigobar, e stavo lì, davanti a quel vetro, incantato ad osservare fuori, la città in bianco e nero. Mi scattò una foto in quella posizione. Ricordo una sera, eravamo distrutti da una giornata troppo turistica. Ricordo di leggere un menù sul comodino, di telefonare e ordinare due Club Sandwich e acqua minerale. No, erano due hamburger. Ottimi, si erano ottimi. La memoria dei sapori. Altre reminescenze. In qualche contenitore dell’Ikea ho le foto di quel viaggio, ma preferisco sfogliare la mente, forse sto sfogliando le emozioni. Una maestra delle medie insisteva; “i ricordi, nessuno ce li può toccare, rubare”. A volte ho la sensazione di sorvolare sui ricordi, a bassa quota, in superficie. Come capita con certe parole in letture annoiate. Si possono sorvolare, sfiorare, anche quelle. Il desiderio di penetrare i ricordi, di sfondarli, è un’ambizione, uno svago tipicamente invernale. Anelare di rivivere momenti del passato con la mente è l’unica realtà virtuale che m’intriga. I ricordi, quelli razionali, li percepisco come nuclei ricoperti da emozioni. Sono le emozioni che ci spostano da un fatto all’altro del passato? Oppure sono i concetti, i fatti. Tutte e due. Quando si perdono i dettagli restano le emozioni. Le ritrovo avvolte da qualche parte, senza spiegazioni apparenti, ma se son avvolte lì un motivo ci sarà. Alcuni momenti sono sparpagliati, come schegge di vetro rotto o tasselli di un puzzle gettati per terra. Scene, emozioni, fotografie mentali, dialoghi, tutti lì, da raccogliere, quello che manca è finito nell’inconscio. I ricordi ammiccano sottintesi. Sento un bisogno di dettagli. Vorrei prendere un tassello ed ingrandirlo come accade con le foto sul computer. Come si chiamava l’albergo? Quanti giorni siamo stati lì? Quali? Quante volte abbiamo fatto l’amore? Forse non è importante accanirsi sui dettagli. Perché faccio questo?. Non ho mai annotato, fotografato, archiviato la vita in quel modo lì. Avrei dovuto. Non lo so. I dettagli della vita lì ho metabolizzati, si sono stratificati dentro di me come sfoglie di una cipolla. Accanirsi a sfogliare questa cipolla è meno importante di stratificare nuovi dettagli. I nuovi dettagli sono altrove, non qui, questo è il luogo dei tasselli e dei vetri che si spaccano, è il luogo dove si sorvola. Ed è inverno.