Vuoi qualcosa da bere?
Una limonata grazie?
Grazie per aver accettato il mio invito.
Di niente figurati. Non avevo niente da fare.
Sai sono preoccupato, conosco un sacco di persone che non hanno mai letto un libro e quest’estate hanno comprato il loro primo libro; un libro della Fallaci. Le spiagge italiane sono piene di persone che sotto l’ombrellone leggono la Fallaci. Avrei preferito facessero il sudoko, se devo essere sincero. Sono cose che non fan dormire.
Io ho letto tutti gli articoli sul Corsera e ho deciso possano bastare.
Neanche io ho letto l'intera sequela degli scritti di Oriana Fallaci contro l'Islam e in difesa dell'ormai decaduta civiltà occidentale (il troppo stroppia). Il successo di quegli scritti, direi invettive, dipende molto dal fatto che si fermano prima di tirare le conseguenze.
Hai ragione, Rabbia e l’Orgoglio, però, è un titolo con i contro cazzi, non credi?
La «rabbia» - è la malattia dei cani idrofobi - con cui Oriana Fallaci ha inteso contrassegnare la tonalità emotiva delle sue invettive, e che trova ampio riscontro nelle frustrazioni quotidiane di una vita sempre più agra imposta tanto a chi è privo di tutto quanto a chi ancora mantiene dei privilegi. Infine «l'orgoglio». Non è chiaro di che cosa sia orgogliosa Oriana Fallaci, che si vergogna della mollezza di quasi tutti i governanti e i governati della civiltà a cui sente di appartenere. Ma l'orgoglio è il segreto del suo successo: meno ci si sente considerati - e da tempo la considerazione e il rispetto riservati ai comuni cittadini stanno approssimandosi allo zero - più si persegue una rivalsa alla ricerca di qualcuno che «valga» meno di noi. E' il meccanismo fondamentale del razzismo: quello che per anni ha indotto i «bianchi poveri» degli Stati uniti del Sud a fare da punta di lancia della discriminazione razziale. Oriana Fallaci ha individuato questo «qualcuno» in un «mondo islamico» costruito a suo uso e consumo; e ad esso non lesina il suo disprezzo e aperte manifestazioni di schifo. Così insegna a tutti a essere razzisti «con orgoglio»: senza vergognarsi.
Quando parli così…ti adoro, hai letto l’ultimo articolo pubblicato dal corsera?
L'ultima esternazione di Oriana Fallaci può essere sintetizzata in questi termini…
Scusa se t’interrompo, mi fai uno dei tuoi schemi… quelli che mi piacciono parecchio e sono logicamente perfetti e accessibili.
Certo caro. Allora. Sintetizzo l’esternazione o invettiva della Fallaci, ma sarò lunghetto. La Fallaci in pratica dice: 1) siamo (chi?) in guerra; 2) la guerra è contro l'Islam: in tutte le sue manifestazioni; 3) non esistono islamici «moderati», cioè pacifici (prima o dopo diventeranno tutti terroristi); 4) ciò dipende dal Corano, che è predicazione di odio (degli stermini ordinati dal dio della Bibbia contro i nemici di Israele non si fa parola; ci sono state sì crociate e roghi di streghe ed eretici, ma è acqua passata. E il pope che benediceva i macellai di Srebrenica?); 5) l'Islam sta invadendo l'Europa (consenzienti i suoi governanti); 6) l'obiettivo di questa invasione è il dominio del mondo (qui si sfiorano, o si superano, i Protocolli dei savi di Sion); 7) bisogna combattere.
Ma come?
Contro l'Islam nei paesi di origine non c'è problema. Bush ha dato l'esempio e bisogna continuare a sostenerlo: oggi in Afghanistan e in Iraq, domani in Iran, Siria, e così via; anche se i risultati di queste guerre si sono rivelati veri disastri per tutti: l'Iraq è stato trasformato in una concentrazione e in un punto di irradiamento planetario del terrorismo.
Ma che fare contro l'Islam che cerca di sfondare le nostre frontiere con i permessi di lavoro o con i boat-people?
Qui «buttarli a mare», sempre secondo la signora, significa: azzeramento dei flussi (così l'economia e la società europee vanno a fondo definitivamente: chi vorrà lavorare al posto degli immigrati?) e fuoco sulle imbarcazioni dei clandestini che cercano di sbarcare sulle nostre coste. E poi, moltiplicazione dei Centri di permanenza temporanea, che Oriana Fallaci vorrebbe trasformati in vere prigioni (ma che cosa gli manca per esserlo?) e deportazioni, individuali, come quelle della Cia verso i paesi che torturano e fanno sparire i loro oppositori; e di massa, come quelle del ministro Pisanu verso i paesi che abbandonano nel deserto gli immigrati respinti: tutte soluzioni la cui inefficacia è pari solo alla loro crudeltà.
E che fare, infine, dei dieci milioni di islamici già presenti sul suolo europeo, molti dei quali cittadini dei rispettivi Stati?
Già; che farne? Non si può rimandarli nei paesi di origine: non se li riprenderebbero. Non si può «assimilarli»: non ci stanno più; meno che mai oggi, di fronte a una società che non prospetta niente di buono nemmeno ai suoi membri di lunga data. E nemmeno si può convertirli, in nome delle «radici cristiane» dell'Europa; anche loro hanno radici, che cristiane non sono. Ricordarglielo non fa che fomentare le ostilità. Bisogna però impedir loro di nuocere, tenendoli sotto controllo, perché ciascuno di loro è un potenziale terrorista. Un metodo - ma non ne vedo altri - potrebbe essere, come ipotizza Eugenio Scalari, quello di rinchiuderli nei loro quartieri, limitando la loro possibilità di circolare liberamente tra «noi». Oppure marchiarli, magari cucendogli addosso una mezzaluna verde.
Qualcosa del genere mi sembra di averla già sentita.
Si sarebbe da chiederlo a lei, vero, Oriana?
Scusa se faccio l’avvocato del diavolo, ma alla lunga, possiamo continuare a convivere con un'intera nazione di nemici, annidati nelle nostre città, molti dei quali talmente simili a noi da raggiungere posizioni di rilievo? Non diventerà indispensabile trovare anche per loro una «soluzione finale»?
Non è un'iperbole né un paradosso. Anche se evitano di nominarlo, gli scritti di Oriana Fallaci e il loro successo ci pongono di fronte a un esito possibile dei processi di globalizzazione. Certamente dobbiamo portare i seguaci di Oriana Fallaci a misurarsi con questi interrogativi. Ma con prospettive del genere dobbiamo fare i conti e definire le alternative possibili. Le risposte di comodo non sono ammesse.
Grazie per quello che hai detto e per aver accettato l’invito
Di niente, quando vuoi chiamami, posso farti una domanda?
Tu che mi fa una domanda? Va bene
Dove vai in ferie? (finita la domanda ride di gusto)
No per cortesia, questa domanda no, da te non me l’aspettavo.
Infatti scherzavo
Ciao e grazie per essere stato qui, prima di andare via mi dici qualcosa da utilizzare come promo per pubblicizzare quest’affare?

Nel running ci sono i Pace-Maker, in Italia si chiamano “Lepri”. Non sono mostri. Il loro scopo, durante una corsa, è di creare un riferimento da seguire per essere trainati ad un determinato passo, velocità. Alla partenza di una maratona si trovano quelli professionisti, hanno delle magliette o dei palloncini per farsi riconoscere, da qualche parte, ben in vista, hanno segnato il loro tempo: 5h, 4h30minuti, 4h, 3h30minuti. Si tratta solo di scegliere quello adatto agli allenamenti fatti e alle proprie intenzioni. Bum, colpo di cannone, si parte (è uno dei momenti più belli), a quel punto bisogna solo stare dietro al proprio Pace-Maker, non si guarda più l’orologio e i chilometri, ci si lascia trasportare e ci si concentra solo sulla maratona, su se stessi. Il Pace-Maker o la lepre professionista ti porterà al traguardo nel tempo promesso, caschi il mondo o l’universo. Nelle corse minori, le campestri per esempio, non esistono Pace-Maker ufficiali perché ognuno è Pace-Maker di qualcun altro e viceversa. Vi faccio un esempio, in queste corse domenicali può capitare di essere superato da qualcuno leggermente più veloce, a quel punto decido di stargli dietro per qualche chilometro… mi faccio trainare. Ecco che è nato un Pace-Maker. Le reazioni di chi si sente seguito a ritmo e capisce di essere diventato lepre sono diverse. C’è chi si spaventa e rallenta per farti passare, c’è chi si sente investito di una responsabilità e attenzione e si entusiasma rispettando il ruolo assegnatoli, tanto che se rallenti a volte ti aspetta. Quando vengo leprizzato io ci sto, sempre, sto al gioco. Ma ho un debole, adoro trovare lepri, quel farsi trascinare diventa sempre un bel allenamento, migliorandomi, mi fa crescere. Lepri e non lepri. Piccole coppie che si formano temporaneamente. Tratti della corsa da fare insieme. Tratti che si alternano a sani momenti di solitudine. Capacità e sensibilità che si allineano per poco, per molto. Anche la vita è così e quella del Pace-Maker alla fine può diventare una buona metafora, anche nella vita si fanno tratti insieme, si seguono lepri, si diventa lepri, poi c’è chi allunga o chi molla. Si corre da soli per un po’, e dopo qualche chilometro si ritrova un Pace-Maker adatto, oppure lo si ridiventa. E così si fa altra strada insieme. Arrivare passa in secondo piano, diventa piacevole fare strada insieme, pezzi importanti, salite, godersi insieme qualche ristoro e se poi ci si divide, una sana reazione sportiva non fa per niente male, ci si batte un cinque e ci si da appuntamento al traguardo a bere acqua fresca insieme. Parafrasando e chiudendo, non importa se nella vita ti una mattina ti svegli lepre o altro, l’importante è…
Mi sveglio, è domenica e sono le 07.00. Esco, prendo i giornali e vado al bar per caffè e lettura. Milano è fresca e deserta. Piacevole. Mentre leggo, ogni tanto la mente va alla corsa; uscire in mattinata o nel tardo pomeriggio? Scruto il cielo, ci sono nuvole che promettono bene, promettono pioggia. Quindi meglio aspettare le prime gocce. Alle 9.10 circa arriva un primo MMS con tanto di foto. E’ la partenza di una sky-runner di 7 km, a mandarmelo è lei, assuefatta dal running normale ogni tanto si deve fare dosi forti, tipo sky runner appunto, forse è allo stadio finale. Dopo trenta minuti arriva un secondo msg, altro drogato, lui. Mi dice che ha fatto 12km in 58’20”. Dentro di me ho pensato, “Minchia questo è gazzellismo di alta qualità!!!” Rifletto e penso che sono una banda di drogati, riapro un giornale, sono al Manifesto. Ok, lo ammetto, sto fingendo di leggere, ormai i due mi hanno trasmesso la scimmia. Pago prendo i giornali e torno subito a casa. Mi svesto, mi rivesto, e decido istintivamente di prendere il gps. Non è mai un bel segnale quando prendo quell’affare lì. Saranno due ore e nove minuti fantastici. Una pista ciclabile e non di coca, lungo la Martesana fino a non so dove. Crisi al quinto e al diciottesimo chilometro. In mezzo tanti pensieri belli e stati zen notevoli. Guardo il gps, ci siamo, ancora trecento metri e… dopo due ore e nove minuti, in un punto anomalo e insignificante per tutti alzo il braccio e ringrazio. In quel punto il gps segna 21km e 230 metri. It’s half marathon. In quel punto insignificante c’è un traguardo grande come il Golden Gate. Lo vedo solo io.

