Mi sono piaciuti e li metto qua. Sono quattro articoli di Marco D\'Eramo sugli Stati Uniti. Quattro pezzi di grande giornalismo che forniscono materiale prezioso per capire quel paese che in un modo o nell\'altro condiziona da diverso tempo le sorti di tutto pianeta. Grazie Marco.
«Campagnando» nell\'Ohio Canvassing , un pomeriggio di «porta a porta» a Cleveland, in compagnia di tre volontarie nere che reclutano votanti per John Kerry
Ore ed ore di lavoro per convincere la gente Risultato: nella contea Cuyahoga161mila nuove registrazioni, 820% più del 2000MARCO D\'ERAMO
INVIATO A CLEVELAND (OHIO) Ieri ho fatto campagna per John Kerry, insieme a tre volontarie nere. Sono le cinque di un pomeriggio nuvoloso e in un pulmino ci dirigiamo verso un quartiere di villette unifamiliari per fare canvassing, porta a porta. Siedo accanto a Danyell Smith che guida, 32 anni, capelli tinti rossi e grassa assai. La discussione fra le donne scivola verso le spese mediche. Dietro parla Grace Brokens, 45 anni, molto su di peso anche lei: «Come infermiera part-time guadagno 13 dollari l\'ora, ma solo perché c\'è un bonus per il week-end, altrimenti guadagnerei 5,5 dollari. Lavoro 16 ore a week-end». Faccio un rapido calcolo e sono 200 dollari la settimana. Le chiedo se ha la copertura sanitaria, e lei mi risponde che no: ordinario paradosso americano: un\'infermiera che non può farsi curare. «A 14 anni mia figlia ha dovuto farsi operare all\'anca. Dopo dieci anni sto ancora pagando il dottore». A 850 dollari al mese (circa 710 euro), con figli da tirare su, mi chiedo dove Grace trovi i soldi per ripagare il chirurgo. Le chiedo quanto paga d\'affitto: «300 dollari al mese, in una casa unifamiliare sussidiata dal comune». «Paga meno di me, interviene Danyell, io pago 450 per un appartamento». Che lavoro fa? «Sono assistente al Community College (una sorta di università popolare, ndr) e guadagno 1.300 dollari al mese al lordo delle tasse». S\'accende una discussione sulle medicine, si consigliano l\'una l\'altra indirizzi in cui costano meno. «Io lì il mio farmaco contro la pressione alta del sangue lo pago due dollari - dice Danyell -, invece con la Kaiser (una mega corporation di gestione sanitaria) lo pago 10 o anche 15 dollari». Sono i quotidiani stenti dell\'ordinaria ristrettezza americana (benché siano oggettivamente working poors - povere che lavorano - né Danyell, né Grace si sentono «povere», ma pensano di appartenere alla middle class). Da un altro pulmino che incrociamo ci danno una serie di questionari e dépliant (qui i volantini si chiamano «la letteratura»). Fino alla settimana scorsa, venivano dati in dotazione ai volontari anche i moduli per iscriversi nelle liste elettorali, per «registrarsi». Il diritto di voto non è automatico, per poterlo esercitare bisogna andare a «registrarsi» (è il risultato di un\'ottocentesca campagna «mani pulite» che, per «lottare contro la corruzione degli apparati di partito», rese più difficile il voto per immigrati e neri).
Ma sabato 10 era la data ultima per iscriversi, così adesso il compito è più limitato. Le tre volontarie con cui mi accingo ad andare a bussare agiscono nell\'ambito di un programma varato dalla Seiu (Services employees international union), il sindacato dei servizi. «Abbiamo stanziato 60 milioni di dollari per versare lo stipendio a ogni nostro membro che per fare a tempo pieno campagna elettorale ha chiesto un permesso non pagato dal proprio lavoro. Alcuni «campagnano» (campaign) con l\'organizzazione AmericaComesTogether (Act, «AmericaSiUnisce»), gli altri all\'interno del nostro sindacato» mi aveva detto Gerry Hudson, che della Seiu è uno dei quattro vicepresidenti nazionali, nero, 53 anni, bel viso, sguardo vivace e intelligente. Il programma si chiama «Seiu\'s Heroes»: già solo il nome rivela i meccanismi concettuali del sindacato americano: poiché dopo l\'11 settembre 2001 i pompieri di New York erano diventati i superheroes per eccellenza, anche il sindacato si proclama i propri «eroi». E alcuni di loro sono davvero eroici perché è da marzo che stanno ininterrottamente campagnando.
A rendere tutto più complicato è una legge, presentata dal senatore repubblicano dell\'Arizona John McCain e varata un paio d\'anni fa, che impedisce al sindacato di fare direttamente campagna per il partito democratico. AmericaComesToghether è un\'organizzazione indipendente e può propagandare i democratici presso chiunque, ma la Seiu no: ecco perché la Seiu presta una parte dei suoi «eroi» alla Act. Chi invece fa agitprop all\'interno della Seiu deve limitarsi a farlo tra i membri dell\'Afl-Cio, la confederazione sindacale. E non è un lavoro da poco, come mi ha spiegato John Ryan, il segretario della Afl-Cio di Cleveland, bianco, alto, paffuto, con gli occhiali, il tipo che parla sempre benissimo di tutti: «La vulgata è che gli iscritti al sindacato votano al 60% democratico e al 40% repubblicano (costoro sono i cosiddetti Reagan democrats, gli elettori democratici che nell\'80 assicurarono la vittoria a Reagan, ndr). Ma questo è vero solo in parte. È falso se noi facciamo il nostro lavoro di mobilitazione, che è triplice: da un lato accrescere il tasso di registrazione, dall\'altro spingere i registrati a votare davvero, e infine convincere i votanti a votare nel modo giusto. Il nostro obiettivo è di far registrare il 90% dei nostri iscritti; e di questo 90% farne votare effettivamente il 90%, e tra gli effettivi votanti far votare in modo giusto il 90%. Insomma, se otteniamo questi risultati, il 72% dei nostri iscritti voterà democratico. Pensi che alle elezioni del 2000 gli iscritti al sindacato rappresentarono il 36% dei votanti mentre sono solo il 17% dei cittadini in età di voto. E quest\'anno la mobilitazione è stata straordinaria, incredibile. Pensi che per le elezioni del 2000, nella contea Cuyahoga (quella che comprende la Grande Cleveland) c\'erano state 17.000 nuove registrazioni. Per quest\'anno noi ci eravamo posti un obiettivo incredibile, 90.000 nuove registrazioni. E immagini un po\' quante sono invece? 161.000, più di otto volte del 2000 (l\'820% esattamente). È un risultato fantastico che dobbiamo alla militanza dei nostri iscritti, quest\'anno davvero magica. È l\'elezione della nostra vita».
Così, viste le limitazioni della legge McCain, vado con le mie «magiche» militanti a fare campagna solo tra gli iscritti al sindacato: i questionari elencano gli indirizzi di case i cui proprietari o locatari sono tesserati. Perciò busseremo solo alle loro porte. Le tre opime «eroine» si dividono e ognuna si prende un pezzo di strada. Io vado con Grace: «Sarò la sua guardia del corpo» le dico; la battuta le piace tanto che la ripeterà in continuazione.
La via che ci è assegnata è Reno street, bordeggiata da casette dimesse, solo alcune in discreto stato, la maggior parte con la pittura screpolata, alcune proprio in malora. Ed è nell\'oretta in cui facciamo il porta a porta che mi rendo conto di che razza di lavoro di Sisifo sia fare campagna negli Stati uniti. Il tratto di Reno street che dobbiamo battere comprende una sessantina di casette su ogni lato, quindi a ognuna delle tre attiviste toccano una quarantina di casette. Dopo un\'ora, con Grace abbiamo trovato in casa solo 4 persone. Nelle altre o non c\'è nessuno, o i precedenti proprietari hanno cambiato casa, o sono abbandonate. Il compito di Grace è porre due domande e poi distribuire la litterature. La prima domanda è «quale tema considera decisivo per le elezioni?», la seconda è «per chi voterebbe se si votasse domani?» (se la risposta fosse «Bush», allora qualcun altro volontario verrà nei prossimi giorni per convincere a cambiare idea). Dei quattro che troviamo in casa, due non vogliono rispondere - uno per motivi religiosi, perché è testimone di Geova, l\'altra, pensionata, perché da quando non lavora più «non vuole avere più niente a che fare con la politica». Tra i due rispondenti, uno è un elegante signore nero coi baffetti (il quartiere è a stragrande maggioranza afro-americana) che considera centrale il tema dei posti di lavoro, e sì, voterà per Kerry; l\'altra è un\'anziana signora dalla voce gracile che risponde da dietro la porta chiusa: per lei è la scuola il tema centrale e sì, voterà per Kerry. E questo è quanto.
In tutto, la nostra squadra ha trovato una quindicina di persone, 8 risposte, solo una per Bush. E per questo risultato c\'è voluto a monte tutto il lavoro di mobilitazione, di organizzazione, di archiviazione, e tre ore del tempo di tre persone tra andata, ritorno e canvassing vero e proprio. A valle ci sarà la schedatura dei questionari, la loro valutazione. Quando rifletto su quanto lavoro ci deve essere voluto a questo ritmo per convincere 160.000 persone a registrarsi in questa contea, mi sento già spossato alla sola idea.
Allora penso alla fiumana di energie individuali canalizzate in quest\'elezione, alla montagna di passioni, speranze, odi focalizzate nell\'esito delle urne: lo sforzo dei sindacati in questa roccaforte democratica è decisivo per le sorti della sfida presidenziale. È infatti opinione comune che l\'esito del voto del 2 novembre dipenda da tre stati: Pennsylvania, Florida e Ohio. Ma la Florida sembra pencolare per il repubblicano George Bush, mentre la Pennsylvania pende per il democratico John Kerry. E così tutta l\'indecisione pesa su questo stato del Midwest, in cui il nord democratico è compensato da un sud repubblicano, antiabortista, religioso. «Per vincere l\'Ohio, dobbiamo avere almeno un margine di 200.000 voti di vantaggio qui nella grande Cleveland» mi dice John Ryan.
Chiedo a Gerry Hudson: come mai fanno, operai e lavoratori, a votare per Bush per motivi etici? Come possono suicidarsi economicamente in nome dei «valori americani»? «A tutt\'oggi riesci a convincerli a fatica che il loro interesse economico sta con Kerry, ma non a persuaderli del legame che c\'è tra i cosiddetti `valori\' e lo sfruttamento compiuto in nome di questi valori. Di questo non riesci nemmeno a discutere con i Reagan democratics. L\'unica è continuare a battere il chiodo, a fare canvassing, phone banking (telefonate elettorali centralizzate). Per ribaltare la cultura politica reazionaria che è stata instillata tra i lavoratori ci vorranno anni, è lo scopo di tutta la mia vita di militante. Adesso dobbiamo vincere». Certo che se viene eletto, lo snello miliardario bianco, John Kerry dovrà dire un bel grazie a tutte le povere, nere, obese Danyell Smith di questo paese.
Esercizi di democrazia tra pizza e martello Serata elettorale democratica tra i carpentieri di Cleveland dove, col presidente, si vota per decine di cariche
Dallo sceriffo al coroner ai giudici. I candidati si presentano a 300 persone. Alla fine, si mangia e si beveMARCO D\'ERAMO
INVIATO A CLEVELAND (OHIO) «John Kerry è il mio eroe» sbotta, dopo un po\' di tampinamento, Larry Durstin, caporedattore del settimanale alternativo Freetimes. «Non solo per fare quello che ha fatto in Vietnam, ma dopo, quando ha organizzato il movimento dei veterani contro la guerra. È stato la figura decisiva nel cambiare l\'atteggiamento americano nei confronti di quella guerra. Fino ad allora, agli occhi della maggioranza degli statunitensi, i contestatori erano solo una banda di hippies, sovversivi, ragazzini, figli dei fiori, drogati e fautori dell\'amore libero. Per la `maggioranza silenziosa\', essere a favore della guerra coincideva con il difendere i valori tradizionali dell\'America, il duro lavoro, la famiglia, eccetera. Ma quando l\'opposizione alla guerra è venuta dai veterani, da chi aveva combattuto davvero, da chi nella giungla c\'era stato, allora la musica è cambiata. Qui erano soldati veri, eroi pluridecorati che dicevano `Basta\'. E in quel momento non era facile per un veterano opporsi. Non era ancora diventato alla moda essere pacifisti. Ci voleva un bel fegato. E Kerry di fegato ne ha avuto sempre. Non è ancora andato a vedere il film Going Upriver: The Long War of John Kerry? Vada a vederlo («Risalendo il fiume: la lunga guerra di John Kerry», regia di George Butler, 2004, ndr). Lì si vede, altro che storie che quelle motovedette non erano affatto una pacchia. Il tasso di perdite su quei vascelli era dell\'80%. Ma che smettano di denigrarlo, le ha meritate le sue medaglie».
Il deputato pacifista
Quando al telefono gli avevo chiesto un appuntamento, mi aveva detto: «Vediamoci alla `mangiatoia\' della Galleria alle 15 per mangiare». La Galleria è uno di quei velleitari complessi commerciali costruiti negli anni `80 a downtown Cleveland nella vana speranza di attirare qui l\'industria dei congressi. Oggi, sotto il tetto di vetro, i negozi sono o chiusi o deserti. La eatery, «mangiatoia», è un grande spazio aperto di tavolini e sedie circondato da chioschi di hamburger, di pizza, paninazzi e fast food italiano, cinese e giapponese. Larry è un omone sulla cinquantina che mi costringe a far finta d\'ingerire con coltello e forchetta di plastica un orribile pollo tempura in un contenitore di polistirolo da asporto: «Oggi per me era il giorno di chiusura del giornale, adesso ho finito e la giornata è tutta mia», sorride satollo e soddisfatto.
Larry è nato a Cleveland, ha lavorato nei giornali del resto dell\'Ohio prima di tornare qui: «Questa è casa mia, è dove voglio vivere». È un tifoso vero delle squadre di Cleveland, in particolare i Browns (baseball), ma segue in trasferta anche i Cavaliers (basket) e gli Indians (football americano). Soprattutto per l\'hockey sul ghiaccio, ma anche per il basket, arrivano qui orde di tifosi canadesi, da Toronto, proprio al di là del lago (che però è come navigare da Spalato ad Ancona).
Uno dei due deputati nazionali della città di Cleveland è il democratico Dennis Kucinich, l\'unico onorevole a votare contro la guerra nel 2002. Quest\'anno ha partecipato da posizioni pacifiste alle primarie per la corsa alla presidenza. «Io lo conosco da tanto Dennis, ci telefonavamo spesso, ma quest\'idea di correre per la presidenza mi è sembrata proprio fuori dalla realtà, non ho capito perché l\'ha fatto. L\'ho scritto in un editoriale e da allora stiamo un po\' sul freddino».
Chiedo a Larry come mai oggi l\'Ohio ha senatori repubblicani quando ha avuto una lunga tradizione di senatori democratici, tra cui l\'astronauta John Glenn. «Perché il repubblicano Voinovich è stato a lungo (1980-88) sindaco di Cleveland, succedendo proprio a Kucinich che lo era stato per due anni (1978-79), e quindi, oltre al pacchetto garantito di voti repubblicani dell\'Ohio meridionale, si porta dietro la dote di molti voti della roccaforte democratica di Cleveland». (Ognuno dei 50 stati elegge due senatori, mentre i deputati al congresso sono eletti per circoscrizioni elettorali: i senatori non dipendono perciò dalla popolazione dello stato, mentre i deputati sì e le circoscrizioni sono ridisegnate man mano che cambia la geografia demografica degli Usa).
Di Kucinich mi riparla Cindy Morizette, direttrice esecutiva della sezione del partito democratico della Cuyahoga county (la contea che comprende Cleveland e la traversa, vedi la puntata precedente pubblicata il 19 ottobre). Nel suo ufficio zeppo di volantini, ninnoli, orsacchiotti, bandierine, foto della sua famiglia afroamericana e di tutte le sue nipotine, l\'affabile e obesa Cindy mostra sorridente da dietro gli occhiali un entusiasmo di facciata per John Kerry («È il nostro candidato e deve vincere»), ma ammette che, soprattutto prima del primo dibattito tv, ha incontrato parecchi musi lunghi e facce depresse. Mi consiglia la sera di andare a un comizio politico che si tiene nei locali del sindacato dei carpentieri (lavoratori dell\'edilizia, ma più qualificati dei labourers, i manovali edili) dove parleranno Kucinich e gli altri candidati democratici.
La sera alle sette mi presento alla sezione dei carpentieri di Cleveland. Appena sentono che c\'è un reporter, si agitano, mi spiegano che prima della seduta pubblica c\'è una riunione a porte chiuse cui non posso partecipare. Uno, più accomodante, mi chiede se ho avuto una formazione da carpentiere (nel qual caso forse...). Saputo poi che sono italiano, mi mandano un italoamericano che parla un dialetto incomprensibile per cui comunichiamo in americano e la sua presenza si rivela inutile. Un altro mi si avvicina e mi dice sottovoce che quando il meeting sarà finito, il tesoriere della sezione mi vuole parlare. Lo vedrò di sfuggita, si chiama Robert Peto e, visto che sono italiano, mi chiede: «Lei lavora per il papa? Io vado a messa tutte le domeniche». Gli spiego che non lavoro per il papa.Così aspetto per quasi un\'oretta nell\'atrio in cui varie lapidi di bronzo ricordano gli eroici carpentieri, uno che salvò i commilitoni in Vietnam, un altro che con la propria vita difese il presidente Reagan quando subì un attentato. Mentre aspetto arrivano alla spicciolata le candidate e i candidati, uno dopo l\'altra, con il/la portaborsa chi se lo può permettere. Infine ci fanno entrare nella bianca bassa sala affollata da un 300 persone (un\'enormità per gli Stati uniti). Il bello è che ogni candidato si porta i suoi volantini e se li distribuisce da solo/a.
Già, perché non si vota solo per la presidenza, ma in ordine per:- il senato degli Stati uniti,- la Camera dei rappresentanti degli Stati uniti,- la Camera del parlamento dello stato dell\'Ohio,- due posti vacanti di commissari di contea (assessori provinciali)- il pubblico ministero della contea- il segretario del tribunale di prima istanza (Court of Common Pleas),- lo sceriffo,- il cancelliere di contea,- il tesoriere di contea,- l\'ingegnere di contea,- il coroner,- il presidente della corte suprema dell\'Ohio,- i due seggi vacanti della corte suprema dell\'Ohio,- quattro giudici della corte d\'appello dell\'ottavo distretto,- 13 giudici per la corte di prima istanza,- tre giudici per la divisione degli affari interni,- tre giudici per il tribunale dei minori.
E queste sono solo le cariche più importanti da eleggere, ma ve n\'è una miriade di altre: «La lotta più accesa è per i rappresentanti del distretto scolastico: a causa del calo delle entrate, sono stati licenziati un sacco di maestri e le classi sono superaffollate, con 50 alunni in un\'aula, perciò bisogna decidere un aumento delle tasse e non sarà facile», mi aveva detto Larry Durstin.
La serata comincia ufficialmente quando il segretario dei Carpenters presenta ognuno dei candidati che poi si autopresenta e, con molto candore (o sfrontatezza), si dipinge come la persona più adatta che la storia ricordi per quella carica. Il discorso tipo ripetuto da Ellen Connally (candidata alla presidenza della corte suprema), da Jose Villanueva (candidato giudice al tribunale di prima istanza), da Patrick J. O Malley (cancelliere di contea) e da un\'altra decina di candidati è strutturalmente (nel senso dell\'analisi delle favole secondo Propp) il seguente: «Salve, io sono XX, sono madre/padre di Y figli/e e felicemente sposata/o a Z (battuta sul moglie o marito presente in sala che pronuncia la rituale controbattuta); vengo da una famiglia da sempre legata al sindacato: mio padre, mio nonno, mia zia militavano nell\'Unione dei ... (insegnanti, tappezzieri, pittori, inservienti..); per le posizioni che ho occupato in precedenza (a seconda dei casi: ho fatto l\'avvocato per dieci anni, sono stata amministratrice d\'impresa...), sono la persona più adatta a ricoprire la carica per cui mi candido; questa carica è molto importante per la vita quotidiana dei lavoratori, cioè di tutti voi, influisce sul futuro dei vostri figli, sul benessere della vostra vecchiaia; io difenderò sempre gli interessi dei lavoratori durante il mio mandato e io sono tenace e battagliera/o, capace di prendere decisioni difficili e mantenerle. Ripeto ancora una volta che il mio nome è...»
Retorica martellante
L\'insistenza sul nome, soprattutto da parte degli aspiranti giudici, deriva dal fatto che, sul bollettino di voto, per la loro carica non è indicato il partito che li candida, quindi gli elettori fanno un sacco di confusione.
Infine il clou della serata: parla Dennis Kucinich. Visto da lontano sembra un ragazzino, piccolino, magro, col ciuffo nero ribelle. Solo da più vicino si vedono le rughe e l\'avvizzimento del viso. La sua retorica è quella della reiterazione: «Noi ci battiamo per questo, noi ci battiamo per quest\'altro, noi ci battiamo, noi ci battiamo...». Tutti durante la sera attaccano Bush e l\'amministrazione repubblicana, ma lui è l\'unico in tutto la serata che dedica molto tempo a Kerry ed Edwards. «Bush chiede altri quattro anni, ma a ci riserva altre quattro guerre». Il discorso finisce in modo quasi istrionesco quando afferra un martello (classico strumento dei carpentieri) e ritma la sua conclusione martellando il tavolo: «Noi costruiremo un\'America più forte (martellata), noi costruiremo una vita migliore per i lavoratori (altra martellata)» Entusiasmo in sala.
Molto più pacata e converservole l\'altra deputata democratica di Cleveland al Congresso di Washington, Stephanie Tubbs Jones, un donnone nero in tailleur pantaloni nero che ringrazia la sala per la solidarietà all\'inizio di quest\'anno quando le è morta la madre. Poi elenca tutti i diritti che hanno i votanti: «È importante votare, ma se avete sbagliato a riempire il bollettino, non preoccupatevi: potete chiederne un altro, e se sbagliate ancora, chiedetene ancora un altro, avete diritto fino a tre. Portate a votare la vostra famiglia. Basta che ognuno di voi convinca un conoscente, un collega di lavoro, e ce la faremo». Con ironia conclude il suo discorso: «Qualcuno si chiederà perché mi sono presentata qui con attorno al collo un foulard a stelle e a strisce (la bandiera americana). È semplice: perché mi sono stufata dei repubblicani che pensano di essere gli unici depositari della nostra bandiera e che ci si arrotolano dalla mattina alla sera. La bandiera americana è anche la nostra, ma non è una bandiera dell\'odio. I repubblicani ci si spalmano con i «valori di famiglia», ma non valorizzano la famiglia».
La serata elettorale si conclude con trance di pizza grassissima e lattine di birra Budweiser: torna in mente quel che aveva detto John Ryan, presidente della camera del lavoro di Cleveland: «Per qualcuno mobilitazione elettorale significa solo fare atto di presenza a un raduno, ascoltare, sbafare la pizza, farsi un cartoccio di pasticcini da portare a casa e poi è finita qui. Ma gli dico sempre: le campagne elettorali non si vincono mangiando pasticcini».
Le figlie di mezzanotte Incontri a Columbus, Ohio, città media, lacerata e in bilico come poche altre nell\' elezione presidenziale. E dove l\'Università dello stato, 70mila studenti, pende a destra, tranne rare eccezioni. Come Yoshie, rivoluzionaria a tempo pienoMARCO D\'ERAMO
INVIATO A COLUMBUS (OHIO) Yoshie Furuhashi mi dà appuntamento a mezzanotte: già l\'ora è sorprendente, gli americani si alzano con le galline e per loro mezzanotte è come dire le due di notte da noi. E questa non è un\'ora in cui ci si vede per la prima volta con un giornalista straniero che vuole parlare di politica con te. Ci vediamo sulle gradinate davanti al palazzo dell\'Unione studentesca dell\'Ohio state university (Osu). Con 70.000 studenti l\'Osu è il più grande datore di lavoro della regione di Columbus, la capitale dello stato, nell\'Ohio centrale. Fatto raro per un ateneo americano, l\'università dell\'Ohio è piuttosto di destra. James Lowe, rappresentante della Afl-Cio nazionale in Ohio mi aveva detto nel suo ufficio: «Dipende dal fatto che molti programmi di ricerca e molti corsi sono pesantemente finanziati dalle grandi corporations, banche e assicurazioni che impongono di fatto la loro cultura e le loro idee. E poi c\'è il pesante investimento dell\'Osu nello sport, in particolare nel football americano». La squadra dell\'università, i Buckeyes (le «ippocastagne», perché gli ippocastani sono l\'albero simbolo dell\'Ohio, tanto che il termine buckeyes designa familiarmente gli abitanti di questo stato) ha un seguito enorme e constato di persona nei bar la passione con cui i columbiani (dell\'Ohio) seguono in tv le sue partite. «Il football americano, diceva Lowe, è uno sport non solo violento e machista, ma ha anche un\'impronta militare: le sue tattiche di sfondamento, aggiramento, incuneamento sono modellate su quelle militari, con la stessa disciplina di esecuzione. È una cultura per cui l\'importante è vincere, e quindi porta dritto dritto al darwinismo sociale: se i derelitti della società perdono, è per colpa loro».
Tutto in bilico
L\'Osu è una delle ragioni per cui, se l\'Ohio costituisce lo stato in bilico per eccellenza in quest\'elezione presidenziale (i due senatori sono repubblicani, ma il governatore è democratico), Columbus e la sua area sono la regione più in bilico in questo stato: i suoi deputati sono repubblicani, ma il sindaco e tutto il consiglio comunale sono democratici. Tra il nord est industrializzato e democratico (Cleveland), e il sudovest repubblicano (Cincinnati), Columbus sta in mezzo tra i due, non solo come geografia, ma anche come politica. «La città ha una percentuale alta di neri e di lavoratori poveri, ed è democratica, ma, come in molte altre città degli Stati uniti, mano mano che ci si allontana nei suburbi, il panorama diventa sempre più repubblicano». E questa regione dell\'Ohio centrale è chiamata anche «gli Exurbia», per lo sconfinato diffondersi dello sprawl urbano in sterminati suburbi: «Nel male e nel bene, Columbus è una città americana media, con i suoi malls commerciali e il suo sprawl» mi aveva detto al telefono Danny Russell, 43 anni, da 14 direttore del settimanale locale The Other Paper (53.000 copie di tiratura).
Una città media ma di terziario, per Jim Lowe: «Oltre all\'università, gli altri due grandi motori economici della Franklin County sono il pubblico impiego e il settore bancario e assicurativo: qui sono situati i quartier generali della grande banca Huntington e di varie assicurazioni come la Motorist e Nation Wide i cui grattacieli incombono su downtown Columbus: d\'altronde Nation Wide controlla il 25% dello spazio per uffici di downtown. La contea di Franklin è ad esile maggioranza democratica, ma quelle circostanti sono sempre più per Bush».
Un caso classico è la contea di Union, dove dal 1979 la Honda ha una grande fabbrica con 5.600 operai, in cui si producono circa mezzo milione di Acura l\'anno: qui è una roccaforte dei Reagan democrats, gli operai sindacalizzati che nel 1980 votarono per Ronald Reagan, qui i democratici si contano sulla punta delle dita: però adesso la Honda trasferisce una parte della lavorazione in Alabama dove riceve maggiori sgravi fiscali e incentivi economici, e anche qui la fede repubblicana vacilla.
«Quest\'anno anche i Reagan democrats ci stanno ripensando. Dopo l\'elezione del 2000 parlavo con un amico e gli chiedevo: `Ma che diavolo ci vorrà per fagli intendere ragione a costoro?\' E lui mi rispose: `Devono sentirsi colpiti in prima persona, devono farsi male, o a sé, a qualcuno della famiglia o a un amico, vedere licenziato il collega del tavolo accanto, perdere l\'assicurazione sanitaria\'. E quest\'anno sta succedendo proprio questo. Qui le banche e le assicurazioni procedono all\'outsourcing a un rimo forsennato, trasferiscono in India e altrove i centri raccolta e trattamento dati, i call centers. Persino lo stato dell\'Ohio sta trasferendo all\'estero alcuni dei suoi servizi: immagini il paradosso di i contribuenti che pagano tasse che servono a far perdere posti di lavoro ad altri contribuenti. Insomma, cominciano a essere in tanti ad avere le cicatrici su di sé. E poi noi abbiamo fatto un lavoro grandioso, i nostri volontari sono stati stellari».
Resta il problema dell\'Osu, e del perché è conservatrice. È Jim Lowe a consigliarmi di parlare con Yoshie: «Le potrà dare un quadro del movimento progressista nell\'università. Ma deve situarla: Yoshie vuole certo vedere Bush fuori dalla Casa bianca, però lei è una vera radicale, può essere definita una no global».
Yoshie è vestita trasandata, con giacca a vento e sdrucite scarpette di tela rossa. Ci sono altre 15-20 persone raccolte sotto la pensilina del palazzo dell\'Unione studentesca per ripararsi dalla pioggia. Subito Yoshie mi chiede se voglio partire con loro per un bus ride: partono all\'una di notte (ora capisco perché mi ha dato appuntamento a mezzanotte) e torneranno all\'alba di dopodomani, otto ore di viaggio per arrivare a Washington, il tempo di partecipare alla manifestazione «One Million Workers» organizzata dai sindacalisti neri e dai portuali della costa occidentale, e poi altre otto ore di pullman per tornare qui. (in realtà alla manifestazione parteciperanno circa 5.000 persone). Eludo la richiesta, adduco un articolo da scrivere l\'indomani. Nel frattempo parlo con gli altri partecipanti al viaggio. Il compagno di Yoshie mi affibbia un badge « for racial justice». Joe Murphy, un anziano signore, aria mite, occhiali (anche lui partecipa alla sfacchinata in autobus), mi dice che ha studiato in Germania e che nelle università tedesche non aveva visto questa paranoia dello sport. Gli dico che i tempi sono un po\' cambiati, ma certo in Europa non sono le università a finanziare le squadre di football e di basket in seguitissimi tornei continentali.
Yoshie viene dal Giappone. Nel suo quasi incomprensibile anglo-giapponese mi dice che ha 40 anni (è difficile dare visivamente un\'età alle donne nipponiche). È nata nella città di Hikari, nella prefettura di Yamaguchi, nella punta sudoccidentale dell\'isola di Honshu, a un\'ora e 40 di volo da Tokyo. Le chiedo come mai da Hikari è venuta a sbattere a Columbus, Ohio: «Perché è l\'università che offriva la borsa di studio più ricca, altrimenti non me lo sarei potuta permettere, vengo da una famiglia proletaria. Mio padre è stato operaio siderurgico per tutta la sua vita finché non è andato in pensione, mia madre aveva `lavori rosa\' (pink jobs, un\'espressione che non avevo mai sentito), cameriera nei ristoranti. Sono arrivata qui nel 1982. Mi sono `graduata\' (laurea breve) nel 1987. Da allora sono assistente precaria». Sono passati 17 anni e non mi sembra che abbia molta fretta di prendere il dottorato: «Il fatto è che c\'è un sacco di gente della mia generazione che ha fatto o sta facendo il dottorato in cultural studies, mentre ci sono pochi studenti, così non è detto che con un Ph. D. io ottenga un contratto a tempo pieno. Il mio futuro economico è molto instabile. E poi a me quello che interessa è l\'azione politica, l\'accademia è solo un mezzo. Quello che voglio per il mio futuro: fare militanza politica, come ora». Così, senza volerlo incontro una delle ultime rivoluzionarie a tempo pieno: naturalmente Yoshie ha partecipato a tutte le manifestazioni, da Seattle a Washington.
Le chiedo se il movimento verde è forte qui, visto che la maggior parte dell\'occupazione in questa contea è nel terziario (di per sé poco inquinante): «No, i verdi sono più forti a Cleveland, perché le devastazioni ambientali dell\'industrializzazione sono violentissime e perché sono inseriti in un contesto più politicizzato, con un movimento nero più radicale, con un sindacato forte. Qui Nader quest\'anno ha pochissimi seguaci. Il problema è che tutti sono talmente incazzati contro Bush che l\'unico scopo è diventato per tutti sbatterlo fuori, e quindi si sono tutti moderati politicamente». Ma è davvero così di destra l\'università, e quanto conta il football? «Sì i Buckeyes sono importantissimi nel campus, anche perché fanno guadagnare soldi sia all\'università, sia agli studenti: sono in molti che fanno i bagarini, rivendono con ricarico i biglietti delle partite a prezzo ridotto a cui hanno diritto in quanto studenti (ho il sospetto che anche Yoshie faccia rivendere il suo). Ma più che il football conta la materia di studio. Le facoltà economiche e scientifiche, sì sono conservatrici, quelle umanistiche no, ci sono molti professori e studenti liberal, non di sinistra, non radicali, ma liberal. Ma anche questo sta cambiando perché le iscrizioni sono diventate così care che solo i figli della classe agiata possono ormai iscriversi (quest\'anno il costo medio d\'iscrizione è di 20.000 dollari l\'anno per le università private, 10.000 per quelle pubbliche e 2.000 per i community colleges, ndr). Comunque gli studenti undergraduates i professori li vedono poco perché tutto il lavoro lo fanno gli studenti diplomati come me. Qui ci sono 5.000 studenti diplomati con incarichi docenti».
I «sovversivi»
In molte università Usa questi studenti/docenti hanno combattuto battaglie durissime per ottenere il diritto di sindacalizzarsi e discutere quindi un contratto collettivo. «Anche qui abbiamo appena cominciato un\'azione per sindacalizzarci. Nella prima settimana abbiamo già ricevuto 500 lettere di appoggio Appena finito di parlare con lei, devo correre a una riunione sindacale proprio per organizzare questa battaglia».
Lascio Yoshie e telefono al giornale universitario The Lantern, 16 pagine, diffusione 30.000 copie, periodicità curiosa: esce tutti i giorni dal lunedì al venerdì durante l\'anno scolastico e due volte la settimana d\'estate, per un totale di 170 giorni l\'anno. Parlo con il redattore Ben Presson: «Il tema più discusso da tutti gli studenti è la guerra in Iraq e, nelle ultime due settimane, il ripristino della leva obbligatoria: è una prospettiva che fa paura a tutti e che salta fuori sempre più spesso». Il giornale riflette la moderazione dell\'università. Tra i suoi ex redattori che hanno fatto carriera c\'è anche il direttore del conservatorissimo Washington Times. In uno degli ultimi numeri, l\'articolo sulla leva era un poema di contrappesi col bilancino, un paragrafo con le tesi dell\'amministrazione e uno con quelle democratiche. «Nel campus le questioni economiche non sono le più discusse. La sicurezza sì, e naturalmente il matrimonio dei gays»: in Ohio il 2 novembre si voterà anche sulla Issue One, sul rendere incostituzionale il matrimonio dei gays.
«La verità, conclude Jim Lowe, è che nessuno è in grado di prevedere il risultato di queste elezioni: se fossimo sicuri che tutti i più di 500.000 nuovi iscritti nelle liste elettorali fossero nostri, la partita sarebbe già vinta, ma ci sono anche gli indipendenti che si registrano e costoro sono una massa vagante e imprevedibile. Non possiamo neanche prevedere che sarà un testa a testa. Potrebbe essere così, ma ci potrebbe anche essere un\'onda di marea per l\'uno o per l\'altro. Il fatto è che in questi ultimi dieci giorni dobbiamo tenere alta la motivazione dei nostri militanti: siamo tutti spossati, è un anno che facciamo campagna, che dormiamo poco, che ogni giorno viviamo con lo stress psicologico di non aver fatto abbastanza per quel giorno. Anche questo week-end, mia moglie e io lo passeremo a fare il porta a porta».
(3-continua)
Le gemelle Bush non scaldano lo stato in bilico Ultima tappa del viaggio in Ohio. Al Four seasons Hotel di Cincinnati, Jane, Barbara e il loro corteggio fanno flop davanti a una sala che stenta a riempirsi. Tra i repubblicani serpeggia il nervosismo, per la prima volta nella campagna elettorale
MARCO D\'ERAMO
INVIATO A CINCINNATI (OHIO) Nella grande sala da ballo del Four Seasons Hotel, i sostenitori più simpatici e più festosi del partito repubblicano sono due bellissimi gold retriever, cani da riporto dal lungo pelo dorato e orecchie pendule, di proprietà della direttrice dell\'albergo e che portano appiccicato sulla fronte un adesivo di sostegno alla campagna Bush e Cheney. In attesa che compaiano le due gemelle Bush, Jane e Barbara, a tenere un discorsino a duetto, siamo una ventina di giornalisti e operatori tv, una decina di attivisti repubblicani e una decina di intervenuti, praticamente sperduti nel grande salone a guardare i due quadrupedi giocare tra loro. In teoria, all\'avvenimento dovevano partecipare 300 persone per invito soltanto. Poi, vista la scarsa affluenza, la riunione è stata aperta al pubblico, ma niente da fare, è un vero flop per la campagna elettorale del Gop (Grand Old Party, questo il nome vero del partito repubblicano), tanto più che ci troviamo in quella che è considerata la roccaforte più sicura dei conservatori in Ohio, e tanto più che le due gemelle saranno seguite sul podio da due «leggende viventi» (la parola legend è abusata negli Usa) dell\'automobilismo americano, formula Nascar: Daniel Waltrip e Jeff Hammond che dal 2000 si sono ritirati dalle corse e ora, guarda caso, fanno i commentatori sportivi per il canale Fox, di proprietà del magnate Rupert Murdoch (che in Italia possiede Sky-tv) e che è schieratissimo a destra, spalmato su George Bush, tanto che il suo motto, fair and balanced, «corretti ed equilibrati», è diventato un luogo comune a sinistra per significare il settarismo più sfacciato.
Gli organizzatori ritardano di mezz\'ora l\'ingresso delle «principessine» nella vana speranza che arrivi qualcun altro. Infine, a mezzogiorno, con mezz\'ora di ritardo (di solito i repubblicani sono molto puntuali nei comizi), appaiono le due ventiduenni che replicano in pratica lo spettacolino che avevano preparato per la Convention repubblicana di New York, tutto teso a mostrare che i loro genitori hanno inculcato sì grandi valori ma le lasciano essere un po\' discole. «Nonna Barbara in famiglia è chiamata the enforcer (l\'equivalente di `sceriffo\')» ... «Il fatto che ci ha sopportate per 22 anni mostra che mamma è capace di fare qualunque cosa» e così via, fino al ringraziamento per gli astanti che appoggiano tanto tanto paparino e mammina, vi siamo così grate, e per favore andate a votare il due novembre... L\'unica ironia per un italiano sta nel fatto che le due bushine concludono il discorsino con una lunga tirata di «we do care about (a noi importa, noi ci preoccupiamo di questo, di quello)...», lo stesso verbo che Walter Veltroni volle come slogan di un congresso diessino.
È poi la volta dei piloti. Daniel Waltrip racconta del giorno in cui è stato ricevuto insieme ad altri piloti nell\'Ufficio ovale della Casa bianca, e «quando ho parlato con Bush mi ha colpito al cuore, è incredibile come parla del suo lavoro di comandante in capo, è uno che parla come io sto parlando a voi, è uno di noi... Noi piloti della Nascar siamo tutti con quest\'amministrazione perché essere piloti vuol dire saper riconoscere la leadership. Rispettare l\'autorità, il saper prendere le decisioni... La campagna elettorale è come pilotare nell\'automobilismo, non bisogna mai dare niente per scontato». Forse a questa sfegatata ammirazione non è estranea una curiosa novità nel mondo delle corse statunitensi: e cioè che varie squadre sono sponsorizzate dalle forze armate, una dalla marina, una dall\'aviazione (a quanto ho accertato, ma forse sono di più): la ragione ufficiale per cui i militari hanno deciso di finanziare le squadre è per pubblicizzarsi e incentivare i volontari (dalla guerra del Vietnam, e fino ad oggi, non c\'è più la leva obbligatoria). Ma fa lo stesso curioso: come se la Ferrari fosse finanziata dai carabinieri e la McLaren dalla Royal Air Force.
A questo meeting mi ha portato Tara Kriss, direttrice esecutiva del Gop della Hamilton county, la contea di Cincinnati: gli statunitensi hanno una passione smisurata per i titoli, puoi essere presidente di un botteghino, direttore esecutivo di una bancarella, amministratore delegato di un circolo di collezionisti di figurine. Tara ha 25 anni, tailleur pantalone gessato, scarpe nere a punta lunga e tacchi a spillo. È alta, con un fisico sportivo che lascia intravedere una tendenza ad appesantirsi. Quando le chiedo il suo background, capisco perché. Ha studiato storia all\'università di Cincinnati, ma in realtà perché aveva una borsa di studio come nuotatrice: mentre stiamo fuori per la strada, andando al Four Season, dopo aver messo un impermeabilino celeste e preso una borsa di plastica rosa vivo, preoccupata perché la pioggerellina le sta arricciando i capelli, mi chiede cosa pensiamo in Italia di Bush. Le rispondo che la maggioranza degli italiani è contraria alla guerra in Iraq, che molti europei sono contro Bush ma non contro gli americani. Lei mi dice che quando nuotava incontrava molti nuotatori europei, e avevano tutti una pessima opinione degli Stati uniti, soprattutto gli scandinavi, gli svedesi, dicevano che qui è tutto molto peggio. La sua famiglia? Classe alta, tiene a dire, conservatori assai. Il fidanzato lavora a Wall Street, e lei vuole andarsene da Cincinnati, sono tre anni che fa lavoro nel Gop, vorrebbe trasferirsi a New York.
Tara mi aveva ricevuto nella saletta conferenze della sede del Gop. Qui, nella stanza moquettata, è successo qualcosa d\'inatteso: per la prima volta in questa campagna ho sentito serpeggiare il nervosismo fra i repubblicani. Fino al primo dibattito televisivo per loro era stata quasi una marcia trionfale, dopo la schiacciante vittoria conseguita dalla Convention repubblicana su quella democratica. Ma ora la massiccia iscrizione di nuovi elettori da parte dei democratici sta insinuando il tarlo dell\'incertezza. In Ohio gli iscritti nelle liste elettorali sono aumentati quest\'anno del 20%. L\'ultimo sondaggio in Ohio (apparso sabato) dà John Kerry in testa 50 a 46 su George Bush: non vuol dir molto, visti i margini di errore, ma sempre meglio del contrario: e, se la tendenza si conferma, come anche il vantaggio di Kerry in Pannsylavania, allora è comprensibile il nervosismo tra i repubblicani che cominciano a invocare lo spettro dei brogli. «Qui hanno iscritto anche gente che si chiama Mary Poppins, Dick Tracy e Michael Jordan» mi dice Tara: e ora i repubblicani stanno preparando una spedizione di migliaia di scrutatori nei seggi elettorali dell\'Ohio (e i democratici stanno preparando una controspedizione). Il risultato è che in tutta la sua storia mai l\'Ohio ha conosciuto un tale via vai. I quattro candidati presidenziali l\'hanno battuto e ribattuto a tappeto con consorti e famiglia; i dignitari dei due partiti hanno stretto mani nei casolari più sperduti, elicotteri e aerei sono atterrati dove fino a ora pascolavano solo mucche, migliaia di militanti viaggiano notti intere dagli altri stati per fare porta a porta (canvassing). E mai l\'Ohio ha ricevuto una tale attenzione dia media internazionali: qui è tutto un via vai di reporter francesi, spagnoli, tedeschi, della radio svizzera; gli italiani no, ho incontrato solo una giornalista della Rai.
Dan Radford segretario esecutivo e tesoriere (altro titolo altisonante) della camera del lavoro di Cincinnati, è anche uno dei quattro membri dell\'Electoral Board che controlla il voto in questa contea: «Un 4% di iscrizioni fasulle è fisiologico. Abbiamo avuto problemi con una sola organizzazione, ma io ho avvertito gli addetti: `Se qualcosa non va, controllate a fondo\', a mi pare che quest\'irregolarità sia pompata». Quando gli chiedo l\'età - come d\'obbligo nel giornalismo Usa -, non me la vuole dire: «In ogni caso più giovane di lei» risponde.
«No, qui i deputati repubblicani saranno rieletti facilmente, ma a noi importa ridurre il loro margine qui per ptoer vincere la partita nello stato», conclude Radford che delinea il solito ritratto delle aree metropolitane Usa: la città democratica, con molti neri, i suburbi sempre più repubblicani e più bianchi. Anche Radford sembra molto più «centrista» dei suoi omologhi di Cleveland, roccaforte del movimento operaio verso cui esprime una rivalità un po\' acida: «Noi la chiamiamo \'un errore sul lago\'».